Ciò che inferno non è

Una frase che, ricordo, mi co lpì molto al liceo, quando la lessi per la prima volta, è la seguente, di Calvino: “l’inferno dei viventi non è qualcosa che sarà; se ce n’è uno, è quello che è già qui, l’inferno che abitiamo tutti i giorni, che formiamo stando insieme. Due modi ci sono per non soffrirne. Il primo riesce facile a molti: accettare l’inferno e diventarne parte fino al punto di non vederlo più. Il secondo è rischioso ed esige attenzione e apprendimento continui: cercare e saper riconoscere chi e cosa, in mezzo all’inferno, non è inferno, e farlo durare, e dargli spazio.”

Credo di aver capito bene il senso di queste parole semplici e immediate dopo gli anni dell’adolescenza, quando, sole, tornavano alla mente, da chissà quale angolo remoto. Come pure più tardi imparai a conoscere e ad amare il loro autore.

Ho un rapporto strano con i libri, li scelgo qualche volta senza criterio, o perché semplicemente mi capitano tra le mani. Qualche tempo fa, è toccato al libro di Alessandro D’Avenia: “ciò che inferno non è”. Il titolo mi ha riportato immediatamente e per l’ennesima volta a quelle parole, così l’ho preso senza alcun ripensamento, a scatola chiusa, come si accetta un regalo.

Conoscevo già la storia di Don Pino Puglisi, di Brancaccio e della Palermo degli anni ’90.  Ciò che non mi aspettavo, invece, e che mi ha tenuta incollata a queste pagine, è la poetica con cui una storia già nota prende corpo, portandoti tra quei vicoli, mostrandoti i colori di una Sicilia nuova, apparentemente perfetta.

D’Avenia racconta il suo incontro con Pino Puglisi attraverso gli occhi di Federico, che folgorato dall’operato coraggioso di un prete, scopre il lato oscuro delle cose, l’altra parte della città che non si vuol vedere: quella abbandonata nelle mani dei “potenti”, dove i più piccoli imparano in strada la legge del rispetto. Si dispiega così, una nuova realtà, fatta di male che si moltiplica, ed altro non è che inferno. Ma don Pino, che ai suoi alunni “portava il mondo in classe e non cercava di escluderlo, come altri professori”, insegna anche la ricetta per riparare le cose. L’arte del Riparare l’aveva imparata osservando suo padre calzolaio, e proprio in quest’arte leggeva un gesto d’amore. Lo stesso che Federico metterà nel sostenere le sue battaglie, al centro di accoglienza “Padre Nostro”, nelle attività con i bambini strappati alla strada, e con Lucia, di cui s’innamora fin da subito. Quello in cui si butterà a capofitto è un mondo in cui si immerge totalmente fino a rinascere, con l’aiuto delle sue parole: scrivere è per lui vitale e grazie alla poesia impara a riconoscere la bellezza, anche dove non v’è.

La sua testimonianza ricorda che per salvare quella bellezza “e darle spazio e farla durare” serve coraggio: nonostante il dolore, nonostante qualche pugno ricevuto e le incomprensioni con i genitori, il protagonista torna sempre da quei bambini a cui insegnando,  si impara: essi sono il seme di un cambiamento più grande ed irreversibile, di cui si farà carico anche dopo la morte del ”parrino”.

La potenza di questo romanzo è tutta nella dolcezza del ricordo di un professore più che speciale. E’ nelle sue righe che con malinconia ci riportano al motore primario del mondo e di tutta la vita: quell’”amor che move il sole e l’altre stelle”, in noi alla radice di ogni gesto. Perché come diceva Padre Pino Puglisi: “togli l’amore e avrai l’inferno, metti l’amore e avrai ciò che inferno non è”.

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Matilde Labriola

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