Aquarium… “senza la tua ferita dove sarebbe la tua forza?”

“Tutti gli uomini che ho amato e perduto vivevano per l’obiettivo che si erano dati. Non facevano che prendere la mira, studiare il bersaglio. Questo mondo premia l’iniziativa, ma quanti degli obiettivi che perseguivano erano degni della loro dedizione? Tu invece hai rinunciato al mondo. Sei sceso in corsa, come sei sceso dall’autobus…”

Inizia così, nel libro Aquarium, quella che lo stesso autore, scrittore e giornalista, Marcelo Figueras, definisce “la più insensata delle storie d’amore”.

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Si tratta dell’incontro tra Ulises ed Irit, due anime appartenenti a mondi diversi, due poli opposti che finiscono inevitabilmente per attrarsi. Lui, il cui nome non è affatto casuale, è Nessuno in terra straniera: psicologo argentino, vola in Israele alla ricerca dei due figli piccoli affidati all’ ex moglie, di cui ha perso le tracce. Qui la sua permanenza, concessa tramite un breve visto, sarà costantemente in pericolo, aggravata dalla scarsa conoscenza della lingua. Ad aiutarlo troverà, appunto, Irit, vedova di un militare, che fugge la violenza che la circonda nei libri e nelle sculture a cui si dedica dopo il lavoro in orfanotrofio.

In un mondo in cui le parole abbondano e ci bombardano, spesso inutilmente, Ulises ed Irit inventano un linguaggio tutto loro: abbattono il problema della comunicazione imparando ad interpretare sguardi e movimenti. Le loro parole sono le sensazioni attraverso le quali decifrano segni e comportamenti, affidando l’una all’altro il proprio corpo, la propria insicurezza, la propria vita.

Così, nel bel mezzo della Seconda Intifada, tra villaggi che bruciano e palazzi che saltano in aria, in un Medio Oriente sempre più devastato dalle armi, usate in strada fin da piccoli, come giocattoli, Figueras ci induce a cercare la bellezza nella violenza.

La stessa bellezza per cui si trasferirono a Tel Aviv, sul finire degli anni Sessanta, Miriam e David Kaufman, una coppia americana, “alla ricerca della luce in un posto che incarnasse l’idea di futuro”. Ma la guerra è esplosa nel bel mezzo dei loro sogni, cambiando irreversibilmente la loro realtà.

Mentre fuori palestinesi ed israeliani si ammazzano instancabilmente, ci si ritrova, insieme ai protagonisti, davanti all’acquario della città, a fare i conti, davanti a quel blu rasserenante dove nuotano i delfini, con la propria essenza: “all’inizio eravamo tutti pesci”.

In questa riflessione, muta e profonda, e non priva di incomprensioni e sofferenze, il messaggio resta positivo: nonostante le perdite bisogna superare le barriere e tornare a guardare Gerusalemme come il luogo più calmo della Terra, proprio come appare da Habad Street a fine giornata.

“Alla fine del giorno il mondo dimentica le armi. La notte è stata creata per altre cose. Per l’amore, senza alcun dubbio. E anche per sognare. Guarda, là. E’ la moschea. E più in là la chiesa. Puoi abbracciarle tutte in uno sguardo. Le vedi convivere in pace, coesistere sullo stesso piano, e ti chiedi: perché no?”

gerusalemme

Matilde Labriola

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