Dei delitti e delle pene…nelle carceri italiane

Quello di Rachid Assarag, il detenuto marocchino che ha denunciato di aver subito percosse da parte della polizia penitenziaria, è l’ennesimo caso di tortura in carcere. Un modo ormai abituale di operare in diversi centri di detenzione, in quelle celle stracolme, spazi di nessuno, in cui ogni anno aumentano i casi di suicidio e di morti “strane”.

Stando al dossier “morire di carcere” del sito Ristretti Orizzonti, dal 2002 al 2015, i casi di suicidio, appunto, salgono a 884, ben 2480 sono quelli per overdose, scarsa assistenza sanitaria e cause non chiare. Tra questi, archiviati nel silenzio generale, si trovano tanti, diversi Stefano Cucchi i cui segni, le cui lesioni, i cui volti tumefatti non raggiungono il clamore dei media.

Già lo scorso anno la Corte Europea dei Diritti dell’Uomo ha denunciato lo stato di sovraffollamento delle carceri italiane, in cui i detenuti vivono in situazioni degradanti e vedono violata la propria dignità. A ciò si deve aggiungere la mancanza, quasi totale, di formazione e lavoro, che lamenta anche Rachid nelle sue registrazioni. Tali mancanze non possono essere accettate da una collettività che usa le strutture carcerarie al fine di rieducare l’individuo e reinserirlo in società, dopo aver scontato una certa pena. Ma a sentire le agghiaccianti parole dell’agente registrato da Rachid, la violenza è l’unico metodo per ottenere “risultati ottimi”. Forse non nel lungo termine, se poi lo stesso, continuando si contraddice affermando che “tanto il detenuto esce più delinquente di prima perché l’istituzione carcere non funziona”. Come potrebbe, vorrei chiedere a questo signore in divisa, ligio servitore della patria, se l’esempio non è altro che violenza? Bisogna allontanarsi dalla regia incantata dove il bastone del tiranno simile alla verga del mago metamorfizza gli oggetti, che gli si presentano, e dà allo schiavo l’aspetto dell’eroe, ed all’eroe quello dello schiavo, denunciava Filangieri.

La logica che usa chi è l’istituzione, chi la rappresenta ogni giorno dietro compenso, è la solita di incolpare “il sistema”, quasi fosse un’entità astratta ed aliena. In realtà quest’atteggiamento finisce per alimentare quello stesso sistema, e contribuisce a fare delle carceri vere e proprie università del crimine, come qualcun altro le ha definite.

E mi tornano alla mente le parole di Alberto Manzi in una lettera ai suoi alunni: “onestà, onestà, onestà e ancora onestà, perché questa è la cosa che manca oggi nel mondo…e intelligenza e ancora intelligenza e sempre intelligenza, il che significa prepararsi, il che significa riuscire a comprendere, il che significa riuscire ad amare”.

Ad oggi, sono ancora in pochi a parlare della situazione dei nostri penitenziari, ad eccezione di qualche caparbio politico Don Chisciotte, o di qualche centro, come l’Associazione Antigone, che ha lanciato la campagna per l’introduzione del reato di tortura nel codice penale italiano, a cui hanno aderito magistrati, operatori penitenziari, studiosi, parlamentari, insegnanti e cittadini “che a diverso titolo si interessano di giustizia penale”.

https://www.change.org/p/inserire-il-delitto-di-tortura-nel-codice-penale-perch%C3%A9-la-tortura-%C3%A8-una-pratica-medievale

Molto, troppo ancora c’è da fare per risolvere quest’annosa questione. Così, nella restante indifferenza, Rachid ha iniziato da un mese lo sciopero della fame. Una presa di posizione per cui ha già perso 18 kg. E’ la decisione di un uomo libero: un carcerato che rivendica la sua dignità, almeno quella di poter scegliere di che morte morire.

https://www.youtube.com/watch?time_continue=368&v=6ck2KQ1vKKA

Matilde Labriola

 

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