Passaggio in ombra

Ormai vent’anni fa Passaggio in ombra, una perla della nostra narrativa e capolavoro di MariaTeresa Di Lascia, vinceva il Premio Strega. Il prestigioso riconoscimento giungeva ad un anno dalla prematura scomparsa dell’autrice.

In questo romanzo passato e futuro si fondono in un tempo solo, in quella dimensione solitaria e silenziosa in cui ognuno di noi si rifugia per rileggere la propria storia.

Hanno cercato di convincermi in molti a lasciare questa casa, perché è piccola e affogata e, quando mi viene l’asma, rischio sempre di morire davanti alla finestra aperta, ma io non do ascolto a nessuno, e penso che è inutile preoccuparsi di ogni cosa: la morte verrà quando verrà e nessuno ci potrà fare niente”. Così “da principessa esule su questa terra senz’anima”, si presenta Chiara D’Auria, una donna in balìa di se stessa, prigioniera dei suoi ricordi nei quali consuma la sua favola incompiuta e ritrova il senso di una vita che fugge.

La casa in cui si sente al sicuro è di un paesino del Sud, ereditata da sua zia, donna Peppina Curatore, l’unica ad occuparsi di lei dopo la prematura morte di sua madre Anita.

Io non appartengo alla meravigliosa genìa dei visionari, capaci di plasmare la realtà sul proprio desiderio come fu mia zia Peppina. E neppure appartengo al seme eroico di coloro che, non credendosi capaci di sognare, concepiscono il sogno più folle e scambiano il proprio coraggio con la vita. Mia madre fu così. Io no.”  Questa consapevolezza Chiara la va maturando sin dall’infanzia nella sua estraneità alla famiglia di quel Francesco D’Auria che, pur provandoci, non riuscirà a farle da padre. Eppure Il suo distacco da quell’uomo abulico e inconcludente segna l’avvio di un lento ma irreversibile processo di alienazione da quell’ambiente provinciale e meschino, da quell’ipocrita affezione e isterica megalomania che la avvinghiano, fino a toglierle il respiro. Unico barlume di speranza per tornare alla vita è quel tenero sentimento adolescenziale che scopre per il cugino Saverio.  Ma alla indomita audacia con cui da liceale insegue la felicità si oppone un vigliacco silenzio. Un ennesimo abbandono, un altro legame perduto per sempre.

Con uno stile ricercato e mai barocco e una sensibilità elegante e raffinata, MariaTeresa Di Lascia racconta la stanca solitudine di chi si lascia sopravvivere, di chi si sente schiacciato dall’insostenibile peso di un’inutile e vuota esistenza. Chiara D’Auria ha il fascino denso e triste di una donna d’altri tempi, in lei si compendia la mesta dignità di alcune donne del Sud, tutto in lei risulta in qualche modo familiare: ognuno è il prodotto delle proprie perdite, delle proprie fragilità, degli abbandoni subiti, della dose di amore dato e ricevuto. Anche solo per un momento della vita, siamo tutti Chiara quando, profondamente feriti da chi amiamo di più, non riusciamo a perdonare, quando ci aggrappiamo alle certezze del passato per paura del futuro, quando ogni ribellione nasce e muore nelle nostre viscere, quando un nostro atto di coraggio viene piegato e smorzato dall’ingiustizia della vita e da quel sentimento di impotenza che ci fa sentire piccoli di fronte alle miserie altrui. Del resto “nello spartito della vita, risuoniamo tutti con un’unica nota le cui vibrazioni mutano impercettibilmente per la materia che ci accade di essere”.

Maria-Teresa-Di-Lascia

Leggere questo libro è stato in un certo senso taumaturgico: mi ha permesso di riconciliarmi con le mie origini, mi ha spinto a rielaborare con compassione alcuni gesti e reazioni che mi hanno spesso turbato, mi ha insegnato a concepire l’inettitudine di vivere come una forma di fisiologica resistenza. In questa storia in cui si dipanano complicati rapporti familiari, la cui commovente potenza ricorda la prosa della Tamaro, mi sono sorpresa a chiedermi a quale donna l’autrice somigli di più, se all’anticonformista impavida Anita o alla bella e composta Chiara. Ma quando con lei anch’io mi convinco che il coraggio può essere tanto “una qualità innata, definitiva ed inesauribile, di cui non si ha alcun merito” quanto “il dono transitorio dell’amore”, mi rendo conto che chi scrive ha avuto il coraggio di comprendere  tutti i personaggi della sua opera e di diventare tutte le donne che ha amato e che, a loro modo, l’hanno amata.

MariaTeresa Di Lascia è sicuramente nota per essere stata una punta di diamante del nostro partito radicale, fondatrice di Nessuno tocchi Caino e  protagonista di numerose battaglie di civiltà.  Per me, come la sua Chiara, deve essere stata una di quelle belle anime di rara specie che passano senza essere attese né comprese, una di quelle “creature di altri spazi; abitanti di pianeti lontani, i cui frammenti vitali caddero errando, nel luogo sbagliato.”

In ogni caso, se sapessi scrivere non vorrei ricevere altro premio che quello a lei intitolato.

Matilde Labriola

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