Passato e futuro dello stile italiano

Nonostante la difficile situazione economica che giornalmente scoraggia le nostre piccole e medie aziende, il Made in Italy, secondo Wikipedia “terzo marchio al mondo per notorietà, dopo Coca Cola e Visa”, resta un certificato di garanzia di prodotti ambiti, considerati di buona fattura, ergo durevoli. Purtroppo Wikipedia non insegna a distinguere le diverse realtà che rendono quel marchio unico al mondo.

Quando sono arrivata a Roma, ammaliata dal fascino della città eterna, è iniziata la mia avventura nell’alta sartoria: un settore tanto meraviglioso e pieno di soddisfazioni quanto faticoso e non privo di ostacoli.  Il lavoro che faccio quotidianamente è tra i mestieri più belli al mondo: nasce dalla soddisfazione del creare, del sentirsi parte di un progetto che permette di realizzare, con le proprie mani, qualcosa di tangibile e soprattutto unico. Per impararlo, più che frequentare le costosissime scuole professionali, bisogna andare “in bottega”, come si faceva una volta e avere la pazienza di lasciarsi sedurre dall’arte della tecnica.

Purtroppo, però, alcuni imprenditori, o pseudo tali, non riescono a vedere nei più giovani una risorsa: non riescono a scommettere sul talento di nuove forze, ma preferiscono sfruttarle elargendo al massimo un rimborso spese per stage infiniti dai quali, solitamente, non si cava un ragno dal buco.  Anch’io, come molti alla prima esperienza, ho lavorato per otto ore al giorno, senza contratto e senza una retribuzione che si potesse definire tale. Ho continuato a fare il lavoro che mi piaceva, convincendomi che la “gavetta” tocca a tutti e che il mestiere non si impara, “si ruba”, fino a quando non mi è sembrato tutto inutile.

Dietro ogni capo, sia esso una giacca, una camicia o una gonna, è cucita una storia i cui fili passano per le abili mani di più vite, fatte di percorsi ed esperienze diverse. Come quella di Gloria, che manda avanti con tenacia la camiceria ereditata dalla madre. La sua bottega è una casa, prima che un luogo di lavoro e una sorta di famiglia allargata per le sue preziose collaboratrici.  E’ un posto in cui anche il tempo si misura col centimetro, in base al progresso del capo, che passa dal taglio con modello, alla macchina da cucire, alle rifiniture. E la bellezza dello stile italiano prende forma sul tavolo, con ago e filo. “Ho imparato da piccola, guardando mia madre tagliare e seguire le altre fasi della lavorazione. Prima nessuno t’insegnava niente, il mestiere si rubava con gli occhi”, – mi dice, quando le chiedo come è nata la sua passione.

Così è stato per Rita e Cristina, le dipendenti storiche della camiceria, solite inseguire la perfezione: il loro è un lavoro di precisione,  richiede cura ed attenzione, per questo anche il millimetro può fare la differenza. “Tutto ruota attorno alla logica della qualità e della vestibilità, ad esempio i colli devono girare da soli”- mi spiegano con maestria, quando chiedo loro come riconoscere un buon lavoro – “qualche volta capita anche di scucire per ottenere un prodotto impeccabile”. 

camicia-su-misura

Passare una giornata in loro compagnia dimostra quanta sapienza c’è nel creare forme e modelli, scegliere campioni, tagli e bottoni. Penso, guardandole, a come sia cambiata nel tempo la figura della sarta, che oggi non è più la vecchia maestra isolata nel suo laboratorio: avere contatti e creare reti di comunicazione è fondamentale per una clientela che è sempre più estera. Penso alla Francia, alla Russia, ai ricchi Paesi degli Emirati Arabi che guardano con sempre maggiore interesse al prodotto italiano. Penso a mia zia, sarta modello, che con la sua vecchia Singer ha girato il mondo in cerca di una vita più dignitosa per sé e la sua famiglia.

Come in ogni professione, anche in questo campo c’è chi s’improvvisa, chi punta a massimizzare il guadagno, sfruttando chiunque sia disposto a confezionare un capo con la sua etichetta, senza prestare la minima attenzione alla qualità del prodotto finito. La crisi di molte aziende è innanzitutto etica, prima che economica. Laddove possibile, è tempo di tornare ad investire sul futuro, di tramandare saperi e mestieri che altrimenti andrebbero perduti.

Matilde Labriola

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