CIAK SI GUARDA! – IL GRANDE LEBWOSKI

Era il 1998 quando il Grande Lebowski stordiva il pubblico di tutto il mondo con le rocambolesche peripezie del suo trasandato protagonista. Oggi, dopo quasi vent’anni, il cult dei fratelli Coen torna a ravvivare il grande schermo con l’immagine dello scanzonato ed estroso Jeffrey “Drugo” Lebowski che, in vestaglia dismessa e mutandoni a quadri, è ormai non solo una delle icone cinematografiche più note e scanzonate, ma un vero e proprio idolo del cinema contemporaneo, profondamente radicato nell’immaginario collettivo e nel cuore di un’intera generazione. Lontanamente ispirata al Grande Sonno di Chandler, è un’opera profondamente caleidoscopica che racchiude in sé un esplosivo mix di generi diversi e grottesche situazioni, il cui risultato è una brillante contaminazione capace di destreggiarsi magistralmente tra noir, commedia e crime story, appassionando lo spettatore con studiata illogicità, cinismo grottesco, demenziale e devastante realismo, ed un continuo catalogo di memorabili ed acute battute.

Jeffrey
Jeffrey “Drugo” Lebowski in una scena del film

Drugo (Jeff Bridges) è un hippie pacifista fanatico della “easy life”, che si gode una apatica vita senza particolari bisogni, prendendosi quello che viene come viene, vivendo un’esistenza priva di qualsiasi tipo di ambizione, aspettativa o preoccupazione. Disilluso nei confronti della miseria umana e della realtà che lo circonda, è consapevole dell’esistenza miserevolmente vuota che conduce, ma la trascorre in una non curante rassegnazione, tra uno spinello, un bicchiere di White Russian e una partita a Bowling con gli amici Walter (John Goodman),ossessionato dal ricordo dei “compagni morti con la faccia nel fango” in Vietnam, armato di buone intenzioni ma irascibile e autodistruttivo, e il taciturno Donny (Steve Buscemi), spettatore ingenuo della follia altrui. A sconvolgere il dolce far niente di Drugo (“The Dude” in lingua originale alludendo all’assoluta anonimia del personaggio),sono una serie di rocambolesche peripezie che, tra presunti falsi rapimenti, aggressioni e scambi di identità, lo catapultano in una farsa borgheseorchestrata dal suo ricco omonimo che incarna tutto ciò che egli non è potuto o voluto essere, e ad incontri/scontri con una serie di tanto bizzarri quanto grotteschi personaggi, tra cui spiccano la visionaria artista d’avanguardia femminista interpretata da Julianne Moore, il trio di Nichilisti, l’ispanico pederastaTurturro in tutina rosa attillata e il magnate del mercato pornografico Jackie Treehorn.

Viaggio onirico in una realtà distorta e allucinata caratterizzata da un rocambolesco susseguirsi di illogici eventi e assurde situazioni, il Grande Lebowski sfoggia una visione quasi psichedelica e destabilizzante della vita, in cui non vi è nè logicità nè chiarezza, ma un nonsense generale ai limiti dell’assurdo. Con magistrale abilità, i fratelli Coen dirigono un’opera irriverente, pungente ed (auto)ironica, che nasconde al suo interno una amara e disincantata analisi critica della decadente società contemporanea, l’America dei fannulloni e dei nullafacenti, ancora attaccata ai miti del passato, surreale e folle, dove si “rispetta un regime di droghe pesanti per mantenere la mente flessibile”, dove la vita non si affronta, ma si lascia passare. Grazie ad una dissacrante ed irriverente comicità, si trattano le più svariate tematiche, dal Nichilismo alla guerra del Vietnam, dai giochi di potere alla parodie di varie forme artistiche, tra cui lo stesso genere noir.

Jeffrey
Jeffrey “Drugo” Lebowski in una scena del film

I Coen si cimentano in una serie continua di divertenti Gag e paradossali situazioni, utilizzando il Bowlingcome metafora dell’esistenza umana che scorre come una palla in pista senza che si possa sapere se il lancio sarà vincente o fallimentare, e descrivendo personaggi affetti da una patologica pigrizia, disoccupati, disinteressati a tutto ciò che non riguarda il proprio piccolo microcosmo, degli antieroi la cui natura poco si addice al tanto decantato sogno americano, ma rappresenta il marchio di una società che è sempre più avviata verso l’autodistruzione, la pochetta, la superficialità. Sfruttando le infinite possibilità di una brillante e complessa sceneggiatura, si cimentano in una serie di sperimentazioni stilistiche, tra cui la soggettiva della palla da Bowling e le scene caricaturali riprese dal genere musical; dal punto di vista stilistico, spicca una cura quasi maniacale per i futili e coloriti dialoghi, per la fotografia originale, ma soprattutto per la particolareggiata caratterizzazione di ambienti e personaggi che avviene soprattutto per mezzo dell’abbigliamento scarno e trasandato che ben si addice alla pigrizia e alla noncuranza. La colonna sonora, da Bob Dylan ad Elvis Costello, incornicia le esuberanti vicende, sostenendo alla perfezione il ritmo costantemente incalzante della narrazione.

Il grande Lebowski è un film che per la sua stravaganza o si ama o si odia, o si apprezza facendosi risucchiare dalla follia che lo contraddistingue o se ne resta sconcertati e a tratti inorriditi; ma è proprio qui che si cela la sua grandezza, nella capacità di far provare allo spettatore una serie infinita di sensazioni e sentimenti contrastanti senza renderlo mai indifferente al “modo attraverso il quale la dannata commedia umana si perpetua”.

Andrea Paone

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