GIUSEPPE WILSON: STORIA DI UN CAPITANO VECCHIO STILE

Al giorno d’oggi vediamo spesso giocatori, ed anche capitani, cambiare squadra per ambire a traguardi più importanti. Giuseppe Wilson, detto “Pino”, rimase fedele alla Lazio nel bene e nel male dimostrando di essere un vero capitano.

Quando si dice “un vero capitano”. Già, Wilson rappresentò proprio questo per i tifosi laziali e per la Lazio. Un condottiero capace di dare un contributo determinante in ogni squadra in cui ha militato, a partire dalla Serie C disputata con la maglia dell’Internapoli. Lui, nato a Darlington in Inghilterra da madre italiana e padre britannico, si trasferì definitivamente in Italia in giovanissima età ed iniziò la sua carriera calcistica nella Cirio, squadra napoletana militante in Serie D nei primi anni ’60. Dopo due anni di dilettantismo ecco la prima occasione da professionista: questa volta toccò all’Internapoli, altra famosissima squadra del capoluogo campano, avere tra le sue fila il giovane Wilson. Durante gli ultimi due anni della sua militanza in biancazzurro ebbe la possibilità di giocare col futuro bomber laziale Giorgio Chinaglia. L’incontro con il centravanti, con il quale instaurerà ben presto una forte amicizia, risulterà determinante per la sua carriera.

Assieme al centravanti passa, nell’estate del 1969, alla Lazio. Qui inizierà la sua ascesa, seppur inizialmente il difensore dovette partire dalla panchina. Negli anni a seguire si confermerà un punto fermo della squadra, nonostante l’amara retrocessione in Serie B di quest’ultima avvenuta nel 1971. Ciò conferma,nel caso in cui ce ne fosse ancora bisogno, la grandezza di questo calciatore sempre legato alla maglia nel bene e nel male, come un vero capitano. Un anno di purgatorio in Serie B e poi di nuovo nella massima serie a giocarsi lo scudetto da neopromossa, senza però riuscire a centrare per due punti un traguardo che avrebbe avuto dello storico. L’appuntamento con la gloria fu però rimandato solo di una stagione: il 12 Maggio 1974 infatti i biancocelesti, guidati da Tommaso Maestrelli, centrarono il traguardo tricolore battendo il Foggia per 2-1 grazie ad una rete di Chinaglia al 60esimo minuto di gioco: e’ il delirio. In città, come allo stadio, esplode la festa per una squadra che da troppo tempo aspettava la vittoria in campionato. Inutile dire che Giuseppe Wilson in tutto questo recitò un ruolo chiave, fornendo continuamente prestazioni di alto livello.

Tutto ciò gli valse anche la convocazione al mondiale tedesco, che però si rivelerà avaro di soddisfazioni sia per lo stesso difensore che per il resto della squadra a causa dell’eliminazione al primo turno dopo appena 3 partite.Ciò comunque non intaccò minimamente il suo prestigio tanto che, dopo altre stagioni da protagonista, venne chiamato a giocare nell’emergente MLS dall’amico Chinaglia, nel frattempo trasferitosi negli Stati Uniti nell’estate del 1978. Qui confermò il suo indissolubile legame con la Lazio rifiutando proposte di rinnovo multimilionarie da parte della dirigenza e dello stesso Chinaglia. Al posto di Wilson molti altri giocatori avrebbero probabilmente ceduto al corteggiamento di club stranieri, ma lui no. Era troppo affezionato alla squadra della capitale per potersi separare da essa. Eppure nel 1980 tutto questo ebbe una brusca e triste fine. Wilson venne infatti indagato nell’ambito del “Calcioscommesse” per la partita Milan-Lazio disputata il 6 gennaio di quello stesso anno. Lui, da grande uomo di sport ed onorevole capitano, si autopunì abbandonando completamente il mondo del calcio nonostante le successive offerte da parte della Lazio, sia come dirigente che come calciatore.

Storia dolce dal retrogusto amaro quella di Giuseppe “Pino” Wilson. Sicuramente avrebbe potuto avere una carriera di gran lunga migliore, sia dal punto di vista sportivo che economico. Il suo amore smisurato per la Lazio però gli ha impedito di tradire i suoi colori, i suoi tifosi e la sua squadra. Ciò è sicuramente da ammirare perché, come recita un famoso detto, “un capitano non abbandona mai la sua nave”. Tutto ciò lui l’ha dimostrato con i fatti.

Matteo Perrini

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