KLAUS DIBIASI, L’ETERNO OLIMPIONICO

Potremmo utilizzare molti termini per classificare Klaus Dibiasi, ma “Eterno” probabilmente è quello più azzeccato. Già, “Eterno” proprio perché ha rappresentato, e lo fa ancora oggi, un modello per i tuffatori italiani e non solo.

Eterno  e Predestinato sono sicuramente  aggettivi che si sposano alla perfezione con la carriera di Klaus Dibiasi. Nato nella nota regione del Tirolo, precisamente in un distretto di Innsbruck, il giovane Klaus si avvicina molto presto alla disciplina olimpica dei tuffi. Anche grazie al padre Carlo, esponente di spicco nella piattaforma da 10 metri ad inizio secolo scorso nonchè allenatore del figlio, il giovane Dibiasi diventerà uno dei più grandi tuffatori italiani di tutti i tempi, anche grazie alle sue entrate in acqua al limite della perfezione. Tutto ciò fu reso possibile da un particolare gesto tecnico, consistente nella torsione di un polso al momento dell’entrata in acqua, che gli permetteva di ridurre al minimo gli spruzzi d’acqua successivi all’ingresso nella stessa. Semplicemente fantastico.

Fin dai Giochi del Mediterraneo del 1963 svoltisi a Napoli si capì che quel giovane ragazzo, all’epoca neppure maggiorenne, avrebbe fatto strada. Ciò venne confermato dall’argento ottenuto alle successive Olimpiadi di Tokyo un anno più tardi con 147,54 che proiettò Dibiasi nell’olimpo dei tuffi, secondo solo al fuoriclasse statunitense Bob Webster. I giochi di città del Messico del 1968 furono invece trionfali per lui, grazie ad un argento nella piattaforma da 3 metri e soprattutto all’oro ottenuto in quella da 10. Incredibile, a soli 21 anni questo giovane ragazzo tirolese fu capace di salire sul gradino più alto del podio firmando un record tuttora imbattuto per gli altri tuffatori italiani. Dopo tre argenti tra Europei e Giochi del Mediterraneo, Dibiasi si presentò alle Olimpiadi di Monaco tra i favoriti rispettando i pronostici e vincendo un altro oro olimpico battendo, col punteggio di 504,12, lo statunitense Richard Rydze e l’amico-rivale Giorgio Cagnotto, classificatosi al terzo posto.Klaus-Dibiasi

Il 1976 rappresentò l’anno della sua ultima Olimpiade, precisamente a Montréal. Qui il tuffatore non si presentò nella migliore condizione, afflitto da vari problemi fisici che ne ridussero notevolmente gli allenamenti. Nonostante tutto però egli riuscì a conquistare ancora una volta la medaglia d’oro, inanellando una serie di tuffi ad altissima difficoltà che gli permisero di avere la meglio sul giovanissimo statunitense Greg Louganis, superato col punteggio di 600,51.

Difficilmente in Italia ci saranno altri tuffatori del suo calibro, per lo meno in tempi brevi. Pur riconoscendo la straordinaria abilità della figlia d’arte Tania Cagnotto in campo femminile, lo stesso non possiamo ancora dirlo riguardo al maschile dove, successivamente ai ritiri di Cagnotto e Dibiasi, il nostro paese ha faticato parecchio a trovare degni eredi. Ovviamente si spera che ciò possa avvenire al più presto. Nel frattempo però è giusto ricordare le gesta di un atleta che ha dato lustro al movimento italiano dei tuffi e che ha fatto sognare in tempi lontani molti appassionati di questo sport, e non solo.

Matteo Perrini

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