Don Ciotti a Torremaggiore: DALLA MORTE, LA VITA

In occasione della giornata dedicata alla memoria di Sacco e Vanzetti, l’omonima associazione invita e premia a Torremaggiore Don Luigi Ciotti. All’evento sono intervenuti il vicecommissario del comune Giuseppe Vivola, Elena Gentile, europarlamentare del PD, Antonio Nunziante, vicepresidente della giunta regionale e il referente di Amnesty International Dino A. Mangialardi. Il noto prete di strada ha ribadito, con l’aiuto di Daniela Marcone, la foggiana vicepresidente di Libera, l’impegno ventennale della sua associazione nella lotta per i diritti umani.

Pena di morte, pena di vivere, questo il tema, scelto dall’associazione torremaggiorese, amplificato dalla rauca ma inconfondibile voce di Don Ciotti.

IMG_3003

“Questo premio non è un riconoscimento a Don Luigi Ciotti, perché io rappresento un noi: esso va al gruppo Abele (che compie 50 anni), e all’intera associazione Libera, fatti entrambi da persone, da volti, che, con le loro storie e le loro fatiche, cercano di portare, con speranza, attraverso l’impegno attivo, un cambiamento. E il cambiamento non è mai opera di navigatori solitari”.

Da lui particolarmente sentita la battaglia contro la pena di vivere, ugualmente importante e ancor più urgente. Questo è quello che percepisco quando lo avvicino per porgli qualche domanda.

Penso ai carcerati, agli 847 morti suicidi nelle celle negli ultimi 15 anni, alla tratta delle donne costrette alla prostituzione, abusate ogni giorno della loro dignità; penso al grido di libertà di chi è povero e senza lavoro e per questo destinato alla sottomissione. Penso ai migranti che muoiono in mare, a quel naufragio di coscienze che rappresenta la loro morte, a tutte quelle persone condannate alla disperazione, vinte dalle dipendenze. Mi riferisco – continua – al fumo delle sigarette, all’anoressia e alla bulimia, alle recenti patologie da internet per cui in Italia sono nati tre reparti per disintossicazione. Mi riferisco anche alla lotta conto la droga che abbiamo perso come Paese e come mondo intero perché l’ipocrisia degli Stati è sintomo di totale mancanza di una volontà politica mondiale di combattere”.

Una non – posizione delle istituzioni quindi, con taciti lasciapassare e verità sottaciute per confondere le idee, che non fanno altro che accrescere il potere affaristico criminale, di quelle organizzazioni che aumentano il loro prestigio, generando un “anti – Stato criminale” di fascino, come lo definisce Roberto Saviano, un anti – Stato che “riesce a generare consenso tra la sua gente anche se il suo “governo” vuol dire estorsioni, usura, droga, violenza. È un anti-Stato in grado di portare soldi, e molti, ai capi ma anche diffusione di benessere e controllo del territorio”.

E’ il clima che abbiamo respirato un po’ tutti vedendo le immagini del recente funerale del capoclan Vittorio Casamonica. Per questo chiedo all’uomo di Chiesa Don Ciotti quale debba essere il ruolo di tanti altri uomini di Chiesa come lui.

Ci sono espressioni di Chiesa, che guardano verso il cielo, sempre impegnate coraggiosamente nella lotta alla mafia. Purtroppo ci sono anche realtà inquinate: non posso dimenticare che mentre Don Puglisi veniva ucciso, un frate sacerdote portava la comunione al boss Pietro Aglieri. La religione – continua –  è usata da queste personalità come foglia di fico: nasconde e crea l’alibi per sporchi giochi personali. Ma chi adora il male è scomunicato automaticamente e non basta pentirsi, bisogna convertirsi. Di tutto ciò che è successo alla chiesa di Don Bosco a Roma mi piace ricordare il gruppo di scout che ha occupato quello spazio nella messa delle 11, a dimostrazione che c’è una parte sana nella società, ed è grande, che non accetta quel tipo di potere”.

E il mio sguardo cade sul busto del nostro Don Antonio Lamedica, all’ombra del quale stiamo parlando, accerchiati da una piccola folla. Poco dopo, nel suo discorso pubblico nominerà Carlo Maria Martini, ricordando la sua splendida levatura rivoluzionaria. Ancora una volta dalle sue parole vien fuori prepotente la fiducia che ha sempre riversato e continua a riversare nei giovani: ne ha visti 7mila nelle cooperative sorte sui beni confiscati alle mafie, impegnati nella raccolta e trasformazione dei prodotti di molte regioni italiane. “Sono la prima generazione con l’angoscia del futuro – s’illumina – hanno bisogno di punti di riferimento veri, di parole di carne, che non siano sterili. E poi i giovani sono meravigliosi, si inventano di tutto. Li vedo attivi nelle cooperative pronti a cogliere le positività, ad imparare le tradizioni, le culture, la storia. Ci sono, hanno solo bisogno di opportunità. Il vero problema è il mondo adulto che non scommette sui giovani”.

Come non scommette sugli anziani e sulle minoranze tutte. E quando poi gli chiedo come ha ritrovato la Capitanata fuori da Libera Terra, quella nei cui campi migliaia di immigrati perdono la vita per il lavoro nero, maltrattati e confinati nei ghetti, risponde col solito piglio benevolo: “questa, la conosco da anni, è una terra meravigliosa, con le sue cicatrici ed il suo coraggio. Cominciando dai suoi figli Sacco e Vanzetti che pagarono con la vita il loro coraggio di migranti in una terra straniera, siamo qui per ricordare quelle tante persone che libere non sono, quelli che io definisco i morti vivi a cui vengono inflitte altre condanne a morte, invisibili e silenziose, quali lo sfruttamento e la schiavitù. Le coscienze si stanno muovendo, le iniziative ci sono, la speranza è viva e si chiama inclusione”.

IMG_3021

La sua vis comunicativa non ha bisogno di commenti e come sempre il suo intervento non lascia spazio ad ulteriori indugi, a essere “cittadini ad intermittenza” perché “non basta commuoversi, ma bisogna muoversi”. Così mi muovo anch’io, ma non seguo la fiaccolata che porterà alla tomba di Nicola Sacco, e a riflettori spenti, inciampo (letteralmente) in Herve, che è qui con il suo gruppo di amici, membri di Libera. Essendo tra quelli che non ha ascoltato la sua testimonianza allo scorso Memorial Day, lo investo subito con le mie domande.

Herve, o meglio Papa Latyr Faye, in un italiano perfetto mi racconta che viene dal Senegal e ama viaggiare: dal liceo sognava di andare in Canada e in Germania, poi è andato in Francia e da qualche anno ha scelto di vivere in Puglia. Qui, si sostenta lavorando nei campi, dopo aver provato sulla sua pelle cos’è il caporalato. Anche con il suo prezioso contributo, “Casa Sankara”, luogo d’accoglienza e sede dell’associazione “Ghetto Out”, s’impegna quotidianamente a sottrarre linfa vitale ai caporali – sanguisughe del ghetto di Rignano Garganico. “E’ assurdo sentire che il ghetto di Rigano sia in uno stato di emergenza da 15 anni, così non si fa altro che alimentare il caporalato, la criminalità organizzata, la prostituzione. L’emergenza, per definizione, dura un tempo limitato. Se le cose devono cambiare, – mi dice con un sorriso – devono iniziare qui, dai campi.” Colpita dalla sua cultura e dai suoi modi, ho subito la sensazione di essere di fronte ad un uomo come pochi. Con il suo tono mellifluo e pacato continua: “Molti dei lavoratori che finiscono lì hanno studiato, sono laureati, ma al momento hanno solo quello, perciò si costringono al lavoro sporco. Ma la situazione può e deve cambiare: bisogna farlo da dentro, insieme agli stessi migranti. Sono uno di quelli che crede che l’Italia non sia povera, il vero problema è che c’è un grande spreco di risorse”.

Herve da più di tre anni va denunciando ogni sorta di sfruttamento senza mai lasciarsi intimorire da minacce e tentativi di aggressione e quasi scherza sul fatto che ormai anche i procuratori della Repubblica li conoscono bene. Gli piace essere un agricoltore, segue corsi di “autocostruzione ecologica” e quando mi complimento per la notevole padronanza della nostra lingua, visibilmente imbarazzato mi dice che vorrebbe andare a scuola. Alla mia duplice domanda: “qual è un tuo desiderio e qual è un tuo bisogno?”, i suoi sfavillanti e grandi occhi neri mi sorridono e senza esitazione mi risponde: “che la Regione approvi il nostro progetto concedendoci i 20 ettari di terreno demaniale e sovvenzionando la nostra struttura. Anziché spendere 1,5 mln all’anno per mantenere il ghetto, basterebbe poco, un piccolo aiuto, una sola volta per porre fine all’emergenza e lasciarci vivere dignitosamente. Io non sono qui a chiedere lavoro, io voglio creare lavoro, per ed insieme ai migranti”.

11181492_10207517258160211_1621036858226143958_n

Mi rendo conto di quanto Don Ciotti abbia ragione: lui è solo il faro che illumina gli invisibili, il portavoce di chi non ha voce, un orecchio sempre teso al coraggio. Ma soprattutto mi rendo conto di quanto non abbia senso commemorare i morti se non si riconoscono i contemporanei “Sacco e Vanzetti” e se ognuno di noi non faccia il possibile per evitare che la loro storia si ripeta.

Quando ascolto un uomo fare di un progetto così nobile la propria vita, quando cioè un uomo più fortunato mette tutto quel che ha a disposizione dei più indifesi, anche a costo della propria vita, per quegli ultimi che non hanno nulla, denigrati e abbandonati al loro destino, quando per quell’uomo non esistono più bisogni o desideri personali, chiunque egli sia, di qualunque fede o cultura diversa dalla mia, sale forte l’istinto di sentirmi grata. Perché mi ricorda quanto grandi possiamo essere superando anche solo di un passo l’individualismo sfrenato che ci governa. Perché insegna quanto importante sia andare oltre gli ideologismi e la mera retorica, per anticipare con i fatti, le parole. E perché sì, ha ragione Don Ciotti: “la Libertà va liberata”.  Sono grata di aver conosciuto Herve.

Se anche a me un professore mostrasse quel famoso foglio bianco con una macchia d’inchiostro nero al centro, ci vedrei quei 20 ettari di terreno innevati e custoditi da un bel gruppo di migranti. Bisogna riconoscere all’associazione Sacco e Vanzetti, rappresentata da Matteo Marolla e Fernanda Sacco, il notevole impegno nel muovere questi piccoli grandi passi. E mi auguro che la politica si impegni a fare “compromessi verso l’alto” e non perda quest’ennesima occasione di riscattarsi per tornare ad essere credibile, seguendo la sua originaria vocazione: rendere la vita di tutti più dignitosa.

Potrebbe essere solo l’inizio di una travolgente palingenesi. La stessa palingenesi avviata da questa felice unione di più associazioni locali. E se tutti, sul loro esempio, riconoscendo le nostre macchie, smettessimo di guaire contro l’Europa e tornassimo a dare al mondo intero lezioni di civiltà?

Matilde Labriola

Annunci

Rispondi

Inserisci i tuoi dati qui sotto o clicca su un'icona per effettuare l'accesso:

Logo WordPress.com

Stai commentando usando il tuo account WordPress.com. Chiudi sessione / Modifica )

Foto Twitter

Stai commentando usando il tuo account Twitter. Chiudi sessione / Modifica )

Foto di Facebook

Stai commentando usando il tuo account Facebook. Chiudi sessione / Modifica )

Google+ photo

Stai commentando usando il tuo account Google+. Chiudi sessione / Modifica )

Connessione a %s...