“Un cantastorie imperfetto”

All’ultimo concerto a cui ho partecipato, l’estate è stata definita “la più grande invenzione italiana”. Probabilmente è un’esagerazione, ma in effetti sembra fatta apposta per i viaggi, gli incontri, i ritorni, le feste di paese e le occasioni per ascoltare buona musica.

La libreria “La bottega dei miracoli” ospita Enzo Beccia che ritorna a Torremaggiore per esibirsi coi suoi brani, alcuni dei quali scritti dalla compagna Fiorenza Sasso. Insieme lavorano al prossimo disco “Canzoni senza etichetta” e nel frattempo girano nei locali per testarne il gradimento. Tutto ciò che sapevo dell’artista che oggi mi trovo di fronte è che più di dieci anni fa era il chitarrista dei Monopolio di Stato, una talentuosa band di discreto successo di cui si perdono le tracce nel 2008. Così, piacevolmente sorpresa dalla sua performance, decido di farci due chiacchiere. E lui senza alcuna ritrosia, ricorda l’esordio che, come per altri suoi amici, oggi professionisti, è stato collettivo, tipico di quelli adolescenti di provincia che iniziano a suonare senza pretese, nella speranza di rimorchiare qualche ragazza, per arginare la noia con il sano divertimento che si alterna, immancabile, al faticoso impegno delle prove.  Non appena cito i Monopolio di Stato li definisce:FullSizeRenderuna bellissima esperienza di vita, non tanto e non solo per i prestigiosi premi vinti nel 2006, ma perché ho avuto modo di essere apprezzato a Milano, di suonare in giro per tutta l’Italia e di farmi le ossa; solo così capisci come lavorare e diventi molto più professionale perché soprattutto nella musica uno deve essere perfetto, deve imparare a proporre e sviluppare progetti che piacciano”.

Dopo essersi trasferito a Milano nel 1999, Enzo continua a scrivere le sue canzoni e si diploma ai “Civici Corsi di Jazz”, accorgendosi ben presto di non voler essere un jazzista per la gioia di Fiorenza che lo incontra per caso ben dieci anni dopo, tramite amici comuni. Lei, psicologa milanese, lavora come educatrice e nel tempo libero ama scrivere, ispirata dai suoi ragazzi e soprattutto dai suoi viaggi. Con disarmante dolcezza si dichiara molto più ignorante in musica, ma da sempre immersa in lavori in relazione con gli altri, e aggiunge: “lavorare sulle relazioni e con le relazioni è centrale nella mia vita e nel mio percorso formativo”. I due si riconoscono subito e molto naturalmente ha inizio il loro sodalizio artistico, ufficialmente sugellato da “Tsara be”, un testo scritto da Fiorenza sull’onta della nostalgia per i tramonti infuocati del Madagascar. Musicato da Enzo, il brano trova posto in un variegato cd “Confezionato in casa”, autoprodotto nel 2012 dagli Equidistratti, il gruppo in cui lavorano per qualche anno.

Poi c’è un inizio e una fine un po’ per ogni cosa e così, avendo scoperto la bellezza dei suoi testi, la sua attenzione per la metrica e la cura con cui Fiore sceglie ogni parola, mi sono buttato in questa nuova avventura e quindi sto ancora imparando, sto giocando con la musica, sto sperimentando perché anche suonare tre strumenti in contemporanea non è facile e per di più è strano per me perché io nasco chitarrista, concentrato sui suoni, sugli effetti, sulle chitarre. Passare pian piano a diventare un polistrumentista e un cantautore, come mi definiscono, anche se io preferisco “cantastorie imperfetto”, fa strano persino a me, ma io mi ci sono proprio buttato dentro, lasciandomi travolgere da questo rapido cambiamento: alla fine canto solo da un annetto!”.  In queste semplici battute quest’eterno autodidatta riassume quello che fa, un nuovo percorso artistico in cui si sorprende ad apprezzare di più i nuovi cantautori italiani come Brunori, Appino, Dente, Giorgio Conte, Gianmaria Testa a cui si sente musicalmente più vicino e a cui si ispira. Instancabilmente lavora alla versione finale di ogni pezzo, avendo maturato (anche con l’aiuto di Fiorenza) una maniacale attenzione per i testi che legge e rilegge per riuscire a “cucirsi addosso” quelli che poi finiscono in ogni cd. Lui che sul palco si è sempre sentito a suo agio, non perde mai occasione di andare ai concerti, piccoli e grandi, quelli di amici e di artisti famosi. “Perché è lì che impari senza volerlo a interagire con il pubblico con la battutina, l’intercalare e quindi assapori la bellissima vita da palco”. Una vita che gli piace davvero molto se continua a scovare nuovi locali e prendere nuove date, nonostante la difficoltà di trovare luoghi “giusti”, non solo a Milano, ma anche in Puglia dove ha ormai la sua collaudata cerchia di amici che, con rinnovato piacere, lo ospitano nei loro locali.

Mentre li ascolto raccontarsi non mi stupisce tanto la loro sintonia, quella è quasi scontata per due anime complementari e in continua osmosi come le loro, quanto la loro dinamica sensibilità, espressione di serietà e libertà d’intelletto. Doti imprescindibili per due validi educatori come loro. Come sosteneva De Sanctis: “il maestro non deve dogmatizzare, tenersi fuori dall’uditorio, sputar senno e mettere sempre innanzi il suo personcino. Egli deve entrare in comunione intellettuale con la gioventù e farla sua collaboratrice”. E’ proprio questa naturale vocazione che li unisce e appassiona fino a scrivere un “metodo di chitarra”, fruibile per gli allievi dell’ARCI 75 beat, e non solo. E quando il nostro discorso scivola sul rapporto dei giovani con la musica, Fiorenza senza indugi dice: “Non mi va di cedere all’opinione comune che vuole i giovani “sdraiati” e disinteressati. Ci sono giovani interessatissimi alla musica, come ad altri temi, e una buona fetta di ragazzi che va stimolata, che deve ritrovare la voglia, la curiosità e il nostro compito è quello di essere lì a offrire lo stimolo giusto…perché con quelli interessatissimi è troppo facile e sono pochi”.

Se anch’io che sono musicalmente distratta e ignorante, mi scopro a canticchiare “Caffelatte” e “mina vagante”, vuol dire che Enzo Beccia deve aver intonato le note giuste. Essere finalmente libero di potersi esprimere a tutto tondo su un palco non è più un gioco da ragazzi, una passione giovanile, ma la sua vita. “Per noi che siamo il sottobosco c’è la trafila dell’autoproduzione, soprattutto con la scomparsa delle etichette discografiche, inevitabilmente bisogna darsi molto da fare484153_518297528188639_756003284_n perché non si vive solo di musica live: il musicista oggi deve saper fare più cose contemporaneamente e farle bene: deve conoscere gli studi di registrazione e sapere come muoversi, deve essere un buon arrangiatore, deve saper insegnare e fare lezioni, deve andare in giro a suonare in più formazioni anche molto eterogenee…però si ha una libertà artistica pazzesca! La musica è un mestiere serio e duro”. Anche per lui non sono mancati i momenti di difficoltà: quando ci si mette in testa di fare un mestiere che si ama, il suono della felicità arriva ad intermittenza, disturbato dai sottofondi, a volte quasi impercettibile, ma ad alcuni basta restare in ascolto. Lui lo ha fatto e finalmente insieme ad una preziosa collaboratrice, nonché sua Musa, si limita a riprodurre per il suo pubblico quel suono pieno di vita.

Conoscere questi eclettici e scrupolosi professionisti mi ha ricordato che in fondo siamo tutti un fascio di emozioni e relazioni in continua evoluzione, ascoltare la loro musica mi convince che Jovanotti ha ragione a dire che l’estate è stata inventata per questo.

https://www.youtube.com/watch?v=jSeHr9XMQEE

Matilde Labriola

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