Corey Harris and the Rasta Blues Experience_ Black Fusion and Popular Redemption

Pochi giorni fa spulciavo gli eventi musicali sulla bacheca facebook e d’improvviso mi sono imbattuto in un concerto che mi ha fatto saltare sulla sedia. Mojo station, radio romana che raccoglie le news nazionali sul blues mi segnala: Corey Harris and the Rasta Blues Experience, Live al Trasimeno Blues.corey-harris-cathy-dixson

Resto senza parole per un po’. L’anno scorso avevo letto di questo festival nei pressi del lago, ma non ero riuscito ad andare. Peraltro, quella stessa sera nella mia Ancona si teneva un bell’evento al porto, con vari concerti interessanti; ma di fronte a Corey Harris tutto è passato in secondo piano.

Una breve presentazione tratta dalla pagina del Festival dovrebbe essere sufficiente a capire chi abbiamo di fronte. “Cantante potente, chitarrista eccelso, fantasioso autore con un piede nella tradizione e l’altro nella sperimentazione, Corey Harris è una voce veramente unica nel panorama della musica contemporanea… Antropologo, esperto musicologo e conoscitore tanto di Blues quanto di musica tradizionale dell’Africa occidentale, Harris ha esplorato le radici africane del Blues attraverso diversi anni di studi sul campo.”

La mia conoscenza dell’artista veniva in realtà dalla scheda di Alessandro Gariazzo contenuta nella straordinaria enciclopedia Editori Riuniti “100 dischi per capire il blues”, curata da Roberto Caselli. Un libro letto e riletto, che non finirò mai di ringraziare per avermi fatto conoscere tantissimi grandi artisti, del tutto sconosciuti al grande pubblico. Per capire la grandezza di Corey Harris bisogna però fare un paImmagine-Corey-Harris1sso indietro verso il percorso artistico del Blues moderno.

Rock’n’Blues, nun te reggae più!

Questo artista è interessante proprio perché si distacca completamente da quella commercializzazione del rock-blues, prevalsa dopo la sua fine artistica intorno alla metà degli anni Settanta, che ha trovato la sua perfetta celebrazione pop nel film “The Blues Brothers” uscito non a caso nel 1980. Un film cult assolutamente godibile, che ha dato nuovo mercato a tanti artisti in crisi, ma che non ha nulla a che fare con la storia di quelle armonie.

Non che il Blues fosse mai stato un genere di nicchia, ma le sue evoluzioni artistiche erano sempre state piene di nuovi spunti musicali e soprattutto erano radicate nei grandi mutamenti sociali. Pensiamo all’elettrificazione del Blues, avvenuta a fine anni Quaranta in centri industriali come Chicago (Muddy Waters, Howlin’ Wolf) e Detroit (John Lee Hooker). Si trattava di un passaggio fortemente radicato in quei processi di urbanizzazione che avevano portato molti neri afroamericani dal Mississipi alle città del Nord. La vita nella città industrializzata aveva un ritmo del tutto diverso da quello della campagna, e i nuovi arrangiamenti non potevano che assecondare questa nuova esperienza.

Nei primi anni Sessanta, i grandi tour internazionali di folk blues portarono i fondatori del genere in Europa, e in particolare in Inghilterra, dove non a caso nacque e si sviluppò una scena blues straordinaria, partendo da Alexis Corner, John Mayall 6064.jimi-hendrix1e gli Yardbirds, fino ad esplodere letteralmente nella fase psichedelica con Cream, Jimi Hendrix, Led Zeppelin, e tanti altri. Mentre, negli stessi anni, il sud ovest degli Stati Uniti, dopo aver vissuto la grande stagione californiana, dava vita a un’altra evoluzione “hard” del blues il c.d. Southern Rock interpretato da Allman Brothers, Lynyrd Skynyrd, ZZ Top, rivelatosi estremamente influente per il nuovo sound americano.

Sono questi artisti ad aver contribuito a costruire grammatica e sintassi del linguaggio rock come lo conosciamo oggi che, dopo i suoi anni d’oro tra fine Sessanta e primi Settanta, si è perso nei meandri evolutivi del progressive e del glam rock. E non è un caso che il nostro Rino Gaetano, nel suo capolavoro del 1978, “Nuntereggaepiù”, esclamasse ironicamente: “Rock’n’Blues, nun te reggae più”!!!

Mentre la ricerca musicale andava in tutt’altre direzioni – dall’energia distruttiva del punk alla riscoperta della musica etnica/tradizionale nei primi anni ’80 – tanti musicisti americani e inglesi, protagonisti della precedente stagione creativa, hanno continuato a “campare sul virtuosismo chitarristico” della pentatonica minore, ripetendo stilemi già esauriti dai grandi di fine anni ’60. Così è stato costruito, a mio avviso, un (rock)blues di plastica molto diffuso ancora oggi, un perfetto marchio di successo, ottimo per ballare e divertirsi ma del tutto sradicato dalla sua storia sociale e artistica.

La poetica blues autentica, legata al territorio e ai temi sociali che da questo emergevano, rinasce dopo ventanni di sonno apparente nella grande “ripresa neoacustica” di metà anni Novanta, nelle fusioni con altre poetiche affini, come la musica tradizionale africana e il reggae. E’ in questa fase che si inserisce perfettamente la storia di Corey Harris.

Tornare indietro per andare avanti_deep roots and the future of black fusion

La sua carriera, in realtà, inizia come musicista di strada a New Orleans, dopo un periodo trascorso in Africa. Incide il primo album “Between Midnight and Day” nel 1995, con molte interpretazioni di classici e qualche inedito, che si inserisce perfettamente in quella scena “neoacustica” (Keb’ Mo’, Guy Davis, Alvin Youngblood Hart) costruita sulla scia dei due principali apripista della Black Connection: Taj Mahal e Ry Cooder; due maestri nel far dialogare il blues con altre tradizioni musicali.

Poi arriva ad approfondire le radici africane del Blues, partecipando nel 2002 a un disco con il grande artista del Mali Ali Farka Touré, intitolato “Mississipi to Mali”. E nel 2003 viene selezionato da Martin Scorsese come artista e narratore per il film, Feel Like Going Home”, che traccia l’evoluzione del Blues, dall’Africa occidentale al Sud degli Stati Uniti. A seguire arriveranno le influenze Reggae e Soul negli album “Daily Bread” (2005) e “Zion Crossroads” (2007), fino al sound attuale, che è una splendida fusione del percorso condotto finora.

Inoltre, a dimostrazione della consapevolezza artistica maturata, Harris non è estraneo a influenze più strettamente Folk, che lo portano a scrivere pezzi di autentica denuncia sociale sulle grandi questioni politiche che animano da sempre gli Stati Uniti. In questa linea si inseriscono la partecipazione al disco/tributo a Woody Guthrie, “Mermaid Avenue“, le canzoni sulle violenze sui neri e sullo spionaggio civile dei servizi segreti.

La ricerca artistica di Corey Harris dimostra proprio che, partendo dalla reinterpretazione di pezzi tradizionali, si può iniziare un percorso di ricerca che conduce a rileggere le radici (africane), e a cercare commistioni con altri linguaggi, fino a creare un nuovo discorso, una Black Fusion nel suo caso, estremamente potente e autentica.

Nicola Cucchi

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