L’uomo è pienamente tale solo quando gioca

Uno, due, tre….stella! Vi ho visti, cari lettori! Questa settimana parliamo di un tema quanto mai conosciuto da tutti, o almeno spero, data la sua importanza che ha avuto e ha ancora nella vita di ognuno di noi: il gioco. Da bambini ciascuno di noi ha speso gran parte delle sue energie per costruire, smontare, inventare e reinventare migliaia di giochi diversi, dall’intramontabile “nascondino” a “ruba-bandiera” fino alle costruzioni della Lego, condividendo le sue idee con i genitori, i nonni, gli amichetti o semplicemente vivendoli da soli come grandi esploratori alla scoperta del mondo. Perché i bambini sono questo: esploratori assetati di sapere, costantemente impegnati nella scoperta della realtà mutevole e variopinta che li circonda. Il bambino non “pensa” nei termini razionali cui facciamo riferimento noi, né ha la capacità di astrazione di un cervello adulto. Ma, come ho avuto modo di dichiarare in un precedente articolo sull’importanza della fiaba, possiede una capacità che a molti adulti, con la crescita, viene negata: la fantasia. E lo strumento attraverso cui la esercita…è il gioco.

Durante il primo anno di vita il gioco è soprattutto “corporeo”, il bambino gioca con il proprio corpo e quello della mamma, ripetendo le azioni che compie agitando le mani o le gambe, anche se la sua attenzione pian piano si volge anche agli oggetti che lo circondano. Si parla inizialmente di gioco funzionale, perché il bambino impara il funzionamento degli oggetti, ma non si può ancora parlare di attività ludica vera e propria. E’ grazie all’acquisizione della capacità rappresentativa, quando il bambino impara ad usare funzionalmente gli oggetti, che si parla di gioco rappresentativo. Quando è molto piccolo, il neonato vive sulla base delle sensazioni che avverte attraverso i sensi e tali sensazioni vanno ad arricchire e gratificare il proprio sé che si sta formando. Dalla relazione prettamente diadica madre-bambino (intersoggettività primaria) si passa a quella che viene definita “intersoggettività secondaria“, in cui si inserisce un oggetto che diventa fonte di condivisione di attenzione da parte del bambino e della madre. Attorno ai 2 anni, infatti, il bambino comincia a sperimentare l’ansia per le brevi separazioni dalla madre e tale oggetto, che di solito è fornito proprio dalla madre stessa, diventa per lui una rappresentazione della figura materna quando questa è assente. Qui emerge il ruolo del gioco nello sviluppo emotivo: diventa infatti strumento dell’espressione delle proprie dinamiche interne e di condivisione con gli altri. A 3 anni iniziano i primi giochi di socializzazione, emerge la capacità immaginativa, si sviluppa l’interesse a giocare con gli altri e a imitarne il comportamento. Un altro ruolo importante è svolto nello sviluppo cognitivo: il gioco aiuta non solo lo sviluppo intellettivo, poiché giocando il bambino impara a sorprendere se stesso e attraverso la sorpresa acquisisce nuove modalità per relazionarsi al mondo esterno, ma è fondamentale anche per le funzioni di attenzione, memoria, concentrazione e uso di schemi percettivi. Dagli studi di neuroscienze sappiamo che l’arricchimento ambientale (ambiente ricco di stimoli) e l’attività fisica (movimento), sono due condizioni necessarie allo sviluppo strutturale delle connessioni nervose e soprattutto per la neurogenesi ippocampale: per questo possiamo affermare che una scarsa attività ludica durante l’infanzia può creare delle carenze a livello cognitivo. Ed ecco una delle funzioni più importanti del gioco: il suo ruolo nello sviluppo relazionale e sociale. In età prescolare il gioco consente di affrontare la dimensione sociale nella sua duplice connotazione: relazione con gli altri e costruzione dell’autonomia. Diventa inoltre uno strumento efficace per apprendere le regole e il loro significato.

  • gioco solitario: di tipo costruttivo, permette al bambino di sperimentare le prime forme di autonomia e di controllo sull’ambiente. Favorisce la concentrazione e l’attenzione in un compito, la pianificazione della sequenza di azioni per raggiungere un obiettivo e, una volta completato il gioco, un sentimento di autoefficacia su cui pian piano costruirà la stima di sé.
  • gioco sociale: permette invece di imparare a confrontarsi con gli altri e quindi di trovare un equilibrio tra il bisogno di essere amati, apprezzati e cercati, e il bisogno di separarsi e affermarsi nel contesto relazionale. E’ un’occasione di vivere emozioni intense, quali il piacere di giocare insieme, la rabbia dello scontro, la paura di non essere all’altezza, ma anche di controllare le proprie modalità espressive, adattandole alla situazione.
  • gioco simbolico: il gioco “della mamma” o “del dottore”, in cui l’evento vissuto viene ribaltato e il bambino diventa attivo, sperimentando un punto di vista alternativo e affermando se stesso sull’ambiente.

E’ dunque molto importante lasciare che il bambino esplori l’ambiente ed impari le modalità di gioco che più lo attraggono, senza arrestarne il corso se non in casi necessari di pericolo: si sa, i bambini sono maestri nel mettersi nei guai! Un consiglio anche per voi adulti: non dimenticate di giocare ogni tanto, perché, come dice Schillerl’uomo è pienamente tale solo quando gioca.

Articolo di Sara Cremonini

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