I vantaggi del bilinguismo precoce

Padroneggiare una seconda lingua precocemente è una grande ricchezza e da una vera e propria marcia in più.

La psicolinguistica moderna considera il bilinguismo una risorsa cognitiva importante per il bambino più di quanto invece non si pensasse prima. Infatti, tra il 1930 e il 1960 furono condotte delle ricerche che riuscirono a dimostrare gli effetti negativi di un insegnamento bilingue, ovviamente più avanti furono individuati gli errori di valutazioni e gli errori metodologici attuati.

Oggi siamo convinti che favorisca un rapporto molto evoluto con la realtà semantica del linguaggio e stimola un rapporto complesso nei confronti delle costrizioni linguistiche grammaticali di una determinata lingua. Parlare quindi una seconda lingua prima dei cinque anni, dà al bambino la possibilità di sviluppare abilità, forme di pensiero e di espressione più complicate dei bambini monolingui. Il bambino riesce a capire il senso simbolico delle parole e a ragionare molto più velocemente.

In questi studi si è anche potuto notare che: può esserci un ritardo del linguaggio ma semplicemente perché il bambino bilingue deve imparare il doppio delle parole rispetto un bambino monolingue ed è, infatti, un ritardo solo provvisorio; può esserci anche confusione tra le lingue (usare termini indifferentemente nelle due lingue). Ma ciò fa parte di uno sviluppo normale e non dovrebbe essere un fattore di preoccupazione da parte dei genitori.

Uno studio pubblicato su Cerebral Cortex, coordinato dal dottor Jubin Abutalebi, docente di neuropsicologia all’Università Vita-Salute San Raffaele di Milano, in collaborazione con le università di Londra, Barcellona e Hong Kong, esponeva che “il cervello di chi parla due lingue riesce a scegliere in situazioni conflittuali in modo più veloce e con meno sforzo, rispetto a chi ne usa una sola. Un vantaggio in termini di capacità cognitive che non ha niente a che fare con il linguaggio”.

Lo studio si è svolto analizzando due gruppi: uno bilingue fin dalla nascita (italiano e tedesco) dell’Alto Adige e uno monolingue. Le loro prestazioni di fronte a compiti cognitivi sono state osservate misurando le attività cerebrali, con il risultato che “i soggetti bilingui hanno più materia grigia nella corteccia del cingolo anteriore, un’area cruciale per il monitoraggio delle nostre azioni”. C’è dunque una correlazione positiva fra i risultati nel risolvere i conflitti cognitivi e lo spessore della materia grigia nell’area del cingolo anteriore. I bilingui hanno meno bisogno dei monolingui di impegnare la corteccia del cingolo anteriore per prendere decisioni. Più rapidi, più efficienti, con meno sforzo. Il motivo, secondo quanto ipotizzato, starebbe nell’abitudine fin da piccoli di tenere distinte le due lingue, per non fare confusione: una capacità che i bambini in genere acquisiscono dai tre anni in poi.

Dunque da questo studio possiamo dedurre che i bilingui sono mentalmente più efficienti: pur essendo più veloci, usano meno risorse del cervello.

Una ricerca della psicologa Tatiana Aguayo, invece ci mostra che uno degli effetti del bilinguismo risiede nell’ identità psicologica di un individuo. In questa indagine sono stati presi un campione di bambini albanesi e marocchini bilingui di età comprese tra i 9 e 15 anni, nella città di Ravenna. Vide che nella maggioranza dei casi studiati, vi era un bilinguismo sottrattivo, cioè piano piano la lingua del paese di accoglienza prende il posto della lingua madre. Sono pochi i ragazzi che hanno una buona padronanza di entrambe le lingue e che dicono di appartenere e di identificarsi sia alla cultura italiana che alla cultura di origine. Si sostiene in genere che bilinguismo e biculturalismo vanno di pari passo, in questo studio ciò non sempre si è verificato. Infatti si è potuto notare che nei ragazzi più maturi (ragazzi che erano capaci di fare riflessioni più astratte e profonde), vi era una doppia appartenenza oppure che altri facevano distinzioni tra i vari ambiti, dove ad esempio a scuola si sentivano italiani e a casa albanesi/marocchini. Quindi quasi come se la lingua avesse un’esistenza autonoma nel cervello di questi bambini.

Questa dunque rimane una situazione ideale, così le funzioni delle due lingue sarebbero chiaramente definite. In questo modo esse entrerebbero raramente in conflitto, poiché si riferiscono a due ambiti e momenti nettamente separati nel vissuto del bambino.

In conclusione i risultati ottenuti da questi studi recenti, portano a supporto dell’idea che imparare più di una lingua, il più precocemente possibile, possa conferire un vantaggio. E non è necessario avere due genitori provenienti da nazionalità differenti perché con le moderne tecnologie e gli studi di pedagogia infantile anche mostrare ai propri figli un cartone animato in un’altra lingua o fargli frequentare un asilo nido predisposto a potenziare le abilità cognitive bilingue può garantire lo stesso risultato.

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