“Deep reading”: uno sguardo tra le righe

Cari lettori, è proprio il caso di dirlo, oggi parliamo di un tema che mi è molto caro e che spero possa indurvi non solo ad apprezzare ancora di più la lettura di un buon libro, ma a riflettere sull’importanza di sfogliarne le pagine, di sentirne l’odore e di vederne logorare la copertina come segno inconfutabile del lento e inevitabile scorrere del tempo.
Vi è mai capitato, da lettori avidi e insaziabili, di ritrovarvi a piangere come bambini al termine di un romanzo drammatico? O di sentire il cuore in gola durante la lettura di un capitolo a tinte gialle-noir? O ancora a sorridere con la testa tra le nuvole al lieto fine di un romanzo d’amore? I “lettori compulsivi” lo sanno, è facile immergersi completamente in un libro, quasi fossimo noi stessi a ridere, piangere, correre e respirare tra le pagine. E voglio consolarvi, non significa essere oggetto di studio psichiatrico per una degenerante malattia mentale comunemente denominata “pazzia”! E’ scientificamente provato, siamo affetti da “Deep reading“, che possiamo tradurre in italiano con “lettura profonda” o “lettura intensa”.
La Deep reading viene descritta come una lettura lenta, immersiva, ricca di dettagli sensoriali ed emotivi e di complessità morali, in pratica un’esperienza unica che ci permette un pieno coinvolgimento nella storia, fin quasi a far nostri i pensieri, i dilemmi e le emozioni dei protagonisti. Come in un film di avventura e magia, con gli occhi fissi sulle pagine ingiallite, ci dissolviamo lentamente allontanandoci dalla vita reale per essere letteralmente “catturati” tra gli spazi di battitura.
Ed ecco il nodo della questione: viviamo ormai nell’epoca del digitale, dove la tecnologia, se da un lato ha permesso di spostarci, comunicare e organizzare i nostri impegni in modo molto più facile ed efficace, dall’altro rischia di soppiantare la tradizione che per secoli ha guidato i nostri passi e quelli dei nostri antenati. Ma non parliamo per enigmi! Avrete ormai capito la mia totale lealtà e dedizione al venerando libro cartaceo ed è altrettanto logico concludere, che nell’epoca dei “libri digitali”, il mio più grande incubo è quello di entrare in libreria, in un giorno non troppo lontano, e vedere gli scaffali ricolmi di scatole con su scritto “e-book”.
Diamo inizio al primo round e il via alle critiche! A favore della mia posizione, per coloro che sono schierati dalla parte opposta, porto alcune ricerche e prove scientifiche, che (sebbene alcune siano ancora in fase di studio) hanno dimostrato  che la “lettura intensa”, il pieno coinvolgimento del lettore, è possibile solo con il cartaceo e che può portare numerosi vantaggi cognitivi, intellettivi e affettivi per lo sviluppo cerebrale.

Nel momento in cui ci ritroviamo a leggere una storia, infatti, nel nostro cervello si attivano le stesse aree cerebrali che si attiverebbero se la situazione fosse reale e fossimo davvero noi a compierla. In una ricerca del 2006 i ricercatori si accorgono che se ad esempio leggiamo parole come “gelsomino” o “cannella”, non solo si attivano le aree verbali, ma anche quelle olfattive, come se davvero potessimo sentire l’odore di cannella attraverso le pagine. Lo stesso accade alla corteccia motoria nel momento in cui leggiamo di azioni come “correre nel prato”, ma anche per metafore motorie, come “afferrare un’idea”. Insomma, sembra quasi che il cervello del protagonista di carta si sia trasferito nel nostro! La lettura profonda permetterebbe anche di acquisire maggiori capacità empatiche, oltre a farci essere più compassionevoli e tolleranti e meno esposti ai pregiudizi. Leggendo i romanzi di narrativa noi cerchiamo di capire le emozioni dei personaggi e ci creiamo una “Teoria della mente”, una mappa di ipotesi su ciò che gli altri pensano, sentono, credono e su come noi stessi pensiamo, sentiamo e crediamo. E il potere della lettura non finisce qui! Un’importante ricerca di Anne Mangen, dell’Università di Stavanger in Norvegia, ci dimostra come la lettura su carta aumenti le capacità mnemoniche e attentive: nel suo studio la ricercatrice ha messo a confronto due gruppi di volontari chiedendo loro di leggere lo stesso testo su un e-reader o su carta. Coloro che avevano letto il libro cartaceo ricordavano meglio la trama e sapevano collegare più facilmente le sequenze temporali: probabilmente perché la lettura su carta ci permette di “tenere il filo” degli eventi grazie ad indizi fisici, ad esempio ricordando di essere a circa metà volume e in fondo alla pagina, mentre il libro digitale risulta essere tutto uguale, senza sapere dove finisce.

Fortunatamente, un sondaggio di Naomi Baron, autrice di un recente libro su questo tema “Words on screen”, dimostra che nonostante tutto i “nativi digitali” preferiscono leggere e studiare sui libri tradizionali, poiché ricordano meglio i fatti. Definiti “Millennials”, non rinunciano all’odore e al fruscio delle pagine…e non dimentichiamo il fedele segnalibro! Detto questo, cari millennials che mi avete ascoltato, non posso che suonare la campanella del ring e dichiarare vincitore il nostro amico di carta, cui lascio la parola finale con una simpatica vignetta…

Articolo di Sara Cremonini

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