STORIE DI SPORT – LA TREGUA DI UNA PALLA IN TRINCEA.

Belgio, 24 dicembre 1914.

Nei pressi di Ypres, una piccola cittadina delle Fiandre, soldati francesi e tedeschi stanno tremando dal freddo nelle trincee. Sin da quando è iniziata la Grande Guerra, sono costretti a sopravvivere in questi angusti lembi di terra, con il pericolo imminente di un attacco nemico e senza potersi muovere, perché dalla trincea opposta – distante circa 40 metri – c’è sicuramente un cecchino pronto a spararti in testa non appena ti distrai. Soffrono fame, sete, freddo, malattie; conducono un’esistenza primordiale, senza lavarsi per settimane, dormendo in fosse o nicchie scavate nelle pareti delle trincee, circondati da grossi ratti, tormentati da pidocchi e pulci, nauseati dal fetore dei cadaveri di commilitoni e di cavalli in putrefazione e dalle esalazioni dei propri escrementi. Confusione, promiscuità e lordura, connotati tipici dell’ambiente delle trincee e fattori di destabilizzazione dell’equilíbrio mentale. Questa è la situazione su quello che viene chiamato il fronte Occidentale, e non muterà fino al 1918.

Nel silenzio di quella notte gelida – quattro gradi sotto zero – un fuciliere del reggimento Essex, di nome Ernie Williams, ad un certo punto raccoglie il fucile da terra. Si è accorto di qualcosa. Giura di aver visto brillare una luce sulle trincee tedesche. «Mentre osservavo il campo ancora sognante», scriverà in una lettera indirizzata alla madre, «i miei occhi hanno colto un bagliore nell’oscurità. A quell’ora della notte una luce nella trincea nemica è una cosa così rara che ho iniziato a passare la voce ai miei compagni. Non avevo ancora finito che lungo tutta la linea tedesca è sbocciata una luce dopo l’altra». Quelle che il soldato scozzese ha visto sono fiamme, anzi fiammelle. Sono le fioche luci di tante candele disposte in fila sul parapetto della trincea. «Erano così vicino da farmi stringere forte il fucile – leggiamo nella lettera – e poi ho sentito una voce. Non si poteva confondere quell’accento, con il suo timbro roco. Ho teso le orecchie, rimanendo in ascolto, ed ecco arrivare lungo tutta la nostra linea un saluto mai sentito in questa guerra: “Soldato inglese, soldato inglese, buon Natale! Buon Natale!”».

Un pallone per rivivere

Nonostante l’ovvia sorpresa, ciò di cui il fuciliere non si è accorto è che a guardare bene, infatti, quelle luci sono proprio le fiammelle di alcune candele di Natale. Sì, perché in Germania la vera festa di natale è il 24 dicembre. E così, non appena quasi tutta la trincea è illuminata, i tedeschi iniziano a cantare Stille Nacht. In molti, nella fazione opposta, ancora non credono ai propri occhi e alle proprie orecchie. L’unico ad aver capito quello che sta succedendo pare sia proprio Ernie, che un po’ timidamente inizia ad intonare anche lui la stessa canzone, che nella versione inglese sarebbe Silent Night. E così, quasi senza accorgersene, in tutte le trincee partono diversi canti – ciascuno il suo – finché si accordano a cantare insieme Adeste fideles, andando avanti per tutta la notte.

La mattina seguente, quella del 25 dicembre, accade un’altra cosa strana. Ernie Williams si apposta alla trincea, spia dall’altra parte e, non vedendo né sentendo nulla, urla: «Good morning, Fritz» – come chiamano i tedeschi. Ma non risponde nessuno. Così ci riprova e lo ripete un’altra volta, finché qualcuno anziché sparare risponde: «Guten Tag». Allora un altro inglese si fa coraggio e dice: «How are you?», e dall’altra trincea: «Bene, e tu?». Iniziano così dei reciproci inviti nelle opposte trincee, ma qualcuno fa notare che forse non è il caso di fidarsi visto che fino all’altro ieri si sono sparati addosso. Ma cinque di loro decidono comunque di incontrarsi a metà strada, in quella che viene chiamata la terra di nessuno. Prima di uscire, due inglesi si riempiono le tasche di sigarette, i tedeschi di pagnotte, poi saltano oltre il parapetto e si incontrano nel mezzo delle due trincee. «Buon Natale», poi si stringono la mano, si scambiano le sigarette e si mettono pure d’accordo: «Se voi non sparate, oggi, non spariamo neppure noi».

E succede. Per quel giorno nessuno spara e poi, senza quasi accorgersene, i soldati tirano giù i fucili, escono e cominciano a chiacchierare con i soldati nemici. Si scambiano pure dei piccoli regali: sigarette, whisky, birra e qualche fotografia.

«Era tutto così tranquillo che sembrava un sogno (…)non dimenticherò quello strano e unico giorno di Natale per niente al mondo. Notai un ufficiale tedesco, una specie di tenente credo, ed essendo io un po’ collezionista gli dissi che avevo perso la testa per alcuni dei bottonidella sua divisa. Presi la mia tronchesina e, con pochi abili colpi, tagliai un paio dei suoi bottoni e me li misi in tasca. Poi gli diedi due dei miei bottoni in cambio… Da ultimo vidi uno dei miei mitraglieri, che nella vita civile era una sorta di barbiere amatoriale, intento a tagliare i capelli innaturalmente lunghi di un docile tedesco, che rimase pazientemente inginocchiato a terra mentre la macchinetta si insinuava dietro il suo collo».

Una scena del film "Joyeux Noel"

Poi, ad un certo punto, un soldato inglese o un tedesco, questo non si sa, esce dalla sua tana con in mano qualcosa di strano. Strano per la guerra, naturalmente. Ha in mano un pallone da calcio. Inizia così quella che prende il nome di “Partita di Natale”. Ma per fare una vera partita di calcio, però, lo sanno tutti, ci vuole un campo, – più o meno rettangolare – poi servono due porte – vanno bene anche pietre o maglioni acciambellati – e due squadre. E allora si può cominciare. Il bello del calcio è anche questo, che lo può giocare chiunque e dovunque. Quella che si sta giocando adesso, sul terreno di Ypres, non è una vera e propria partita – non ci sono né le porte né tantomeno le squadre -, è più che altro un gruppo confuso di soldati che si divertono tirando calci ad un pallone. Va avanti così, per circa una buona mezz’ora finché un tedesco tira una cannonata – nel senso calcistico del termine e non in quello militare – e il pallone va a piantarsi su un rotolo di filo spinato.

Partita finita. Vincono i tedeschi, per 3 a 2. E adesso che si fa?

Il fantasma della guerra

I soldati non lo sanno, o meglio: lo saprebbero, ma non osano e non possono dirlo. Per loro decidono i comandanti: è giunto il momento per tutti di tornare nelle proprie trincee. Sono lì per fare la guerra, mica per giocare a calcio. Come si vede anche nel film che racconta questa storia (Joyeux Noël – Una verità dimenticata dalla storia) un maggiore furioso, indignato per la tregua, ordina agli scozzesi di sparare ad un soldato tedesco che sta entrando nella terra di nessuno, di passaggio verso le linee francesi. I soldati, però, si rifiutano di ucciderlo. E come fai a sparare ad uno con cui hai appena bevuto una birra e giocato a calcio?

Ma le punizioni, per entrambe le truppe, non tardano ad arrivare. I francesi vengono spediti nell’inferno di Verdun, i tedeschi invece sul fronte Orientale, senza il permesso di vedere le loro famiglie. In Germania si tenta di gestire la fuga di notizie e di offuscare l’evento o quantomeno di minimizzarlo, e perlopiù molti giornali esprimono critiche nei confronti dei soldati partecipanti alla tregua. In Francia si risponde ristampando un precedente avviso del governo secondo cui fraternizzare con il nemico costituisce alto tradimento, e per cui incombe il rischio del plotone d’esecuzione. Ma le lamentele non arrivano solo dagli alti Comandi. Anche ad un soldato austriaco, da poco arruolato nelle truppe tedesche, la tregua di Natale non è piaciuta per niente. Anzi, scrive nel suo diario, se fosse stato per lui sarebbero partite subito le fucilate. È un soldato del 16° reggimento di fanteria bavarese, il suo nome è Adolf Hitler e in seguito avrà modo di esprimere pienamente le sue idee in proposito.

La locandina del film tratto dalla storia vera

Da quel giorno di tregue di Natale non ce ne sono state più. I comandi degli opposti reggimenti presero l’abitudine di ordinare i bombardamenti più feroci proprio il giorno della vigilia, in modo da evitare sul nascere simili manifestazioni. Anzi, nell’aprile del 1915, proprio ad Ypres i tedeschi cominceranno ad usare per la prima volta dei gas asfissianti, un’arma letale che poi fu chiamata “iprite”, proprio dal nome della cittadina. Perché c’era una guerra da fare, una guerra da combattere e da vincere. E così fu per altri tre lunghi anni, sette giorni su sette, e per dodici mesi all’anno. Tranne quel giorno, il giorno di Natale del 1914, nella piccola cittadina di Ypres. Quel giorno no.

Andrea Paone

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