Cardiopatie: colpa dello stress?

Negli ultimi 50 anni si è andata sempre più diffondendo l’idea che il benessere fisico abbia una certa influenza sui sentimenti e sulle emozioni e viceversa che queste ultime abbiano una ripercussione sul corpo. Lo stesso dicasi nel caso di malessere fisico e disagio psicologico, che vanno spesso a rincorrersi.

Il cambiamento nella visione della malattia, non ritenuta più conseguenza lineare scatenata da una precisa causa, quanto piuttosto il prodotto di molteplici fattori di diversa entità ed origine, ha portato alla nascita della medicina psicosomatica, una cornice interdisciplinare che permette una valutazione olistica e complessiva delle sintomatologie e dei disturbi.

L’organo che più comunemente è messo in relazione con stile di vita e aspetti psicologici è senz’altro il cuore: l’opinione comune ci insegna che l’essere perennemente “stressati” porta a problemi cardio-vascolari. Dopo aver approfondito tale aspetto, possiamo affermare che lo stress non riveste il ruolo di fattore causale, ma quello di fattore di rischio e talvolta di fattore precipitante.

Sintetizzando ai minimi termini, e cercando di rendere il più semplice possibile la spiegazione, questo è ciò che accade al nostro organismo:

Nella persona sottoposta a uno stress troviamo alti livelli di catecolamine e di cortisolo, i quali provocano un innalzamento della pressione arteriosa; se lo stress è cronico la pressione alta porta a un rischio sempre maggiore di sviluppare una lesione e ipertensione, con i gravi danni che ne conseguono.

Dunque, lo stress gioca un ruolo importante, ma non possiamo dire con certezza che esso determini problemi cardio-vascolari: esso è un fattore di rischio, che se associato ad altri (familiarità per tali patologie, dieta squilibrata, obesità, ecc.) piò portare alla malattia.

Esistono personalità più a rischio?

Diversi studi si sono succeduti e il risultato è stato che solo una determinata personalità è connessa allo sviluppo di cardiopatie: la personalità di tipo A, detta anche personalità coronarica.

La storia con cui è stata scoperta è molto curiosa:

Tutto iniziò quando negli anni ’50 del secolo scorso un cardiologo americano, il dott. Meyer Friedman, decise che era arrivato il momento di rinnovare le sedie nel proprio studio medico, in quanto erano molto rovinate. Ma nel farlo notò alcune cose: innanzitutto, il suo era l’unico reparto in cui le sedie della sala d’attesa avevano fatto questa brutta fine; inoltre, cosa molto insolita, erano consumate solo nei bordi anteriori e ne braccioli, mentre la parte posteriore e lo schienale erano perfettamente conservati. Fu così che al medico insorse qualche dubbio; vide che in quelle sedie si accomodavano pazienti molto tesi e a cui poi veniva diagnosticata una malattia al cuore.

In molti altri iniziarono a studiare questi comportamenti ed ecco che nel 1959 fu descritta la personalità di tipo A:

Si tratta di un complesso di comportamenti ed emozioni riscontrabile in persone che si sentono cronicamente in lotta, in quanto tendono a raggiungere quanti più obiettivi nel minore tempo possibile, e si contrappongono costantemente alle persone che pongono ostacoli alle loro intenzioni. Questa costellazione di emozioni e comportamenti finisce per costituire un vero e proprio stile, un modello, che il soggetto adotta automaticamente per fronteggiare le esigenze di un ambiente che lui “percepisce” come antagonista e che è intenzionato a controllare.

A partire dagli anni ’70, Friedman iniziò a collaborare con uno psicologo della Stanford University, Carl E. Thoresen, e altri, nel Coronary Prevention Project, che ha seguito 1.013 sopravvissuti ad infarto per 4,5 anni al fine di migliorare o curare la cardiopatia, imponendo modelli di comportamento. I risultati indicarono che la consulenza comportamentale ridusse i tassi di recidiva al 13%. Dopo il primo anno, in coloro che ricevettero la consulenza comportamentale, sperimentarono anche tassi significativamente più bassi di morte.

Lo studio ha mostrato “per la prima volta, all’interno di un disegno sperimentale controllato, che modificando il comportamento di tipo A si riduce la morbilità e la mortalità cardiaca nei pazienti post infarto“.

stress-2

Seguendo la classificazione proposta dal DSM-V, i criteri per porre una diagnosi di personalità di tipo A sono i seguenti:

A) Presenza di almeno cinque dei seguenti:

  1. Livello eccessivo di coinvolgimento in attività lavorative o di altro tipo
  2. Senso pervaso e incalzante del tempo
  3. Manifestazioni mimiche espressive e emotive della sensazione di essere pressati dal tempo
  4. Ostilità e cinismo
  5. Umore irritabile
  6. Attività fisica incalzante
  7. Processi mentali rapidi e incalzanti
  8. Elevato desiderio di successo e riconoscimento
  9. Elevata competitività

B) Il comportamento stimola risposte fisiologiche stress-like.

Il paziente con personalità di tipo A ha tendenza all’irrequietezza con l’idea di essere sempre in ritardo, non riesce mai a rilassarsi, non si riposa mai, è troppo impegnato per riuscire a divertirsi, nemmeno quando la normale fisiologia richiede di “staccare”.

Spesso, in relazione alla difficoltà a rilassarsi, abusa di alcool e droga per riuscire a “spengere il cervello”.

Dunque, a seguito della diagnosi di una cardiopatia, cardiologo e psicologo devono collaborare e indagare se si tratta di questa forma di personalità. Se sì, con la farmacoterapia e la psicoterapia, insieme, si avranno risultati molto più positivi nella cura del paziente, e solo in questo modo si eviterà la cronicità della patologia.

Di Alice Ridulfo.

 

 

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