LA VERITA’… E’ UNA DONNA VELATA!

« Io son figlio del Caos; e non allegoricamente, ma in giusta realtà, perché son nato in una nostra campagna, che trovasi presso ad un intricato bosco denominato, in forma dialettale, Càvusu dagli abitanti di Girgenti, corruzione dialettale del genuino e antico vocabolo greco “Kaos”. »

Il “figlio del Caos”, così amava definirsi il poeta, scrittore e drammaturgo italiano, oltre che meritato Premio Nobel per la letteratura del 1934, Luigi Pirandello. Certamente vi chiederete perché mai voglia parlarvi di un autore letterario, quando mi occupo di psicologia: beh, se leggiamo Pirandello in chiave psicologica, possiamo scoprire come sia stato abile nell’indagare l’animo umano e l’individuo che si ritrova ad essere prigioniero della stessa realtà in cui vive. Senza frapporre indugi, andiamo a scoprire la sua visione del mondo, che ci presenta nel suo saggio “L’umorismo”.

La realtà è vista come piena di vita e la vita è un flusso continuo formato da tutte quelle possibilità, occasioni e personalità che la vita stessa ci offre. L’individuo è parte indistinta di questo flusso vitale, ma tende a cristallizzarsi in forme individuali, interpretandolo solo parzialmente: sebbene sia convinto di assumere una personalità coerente e unitaria, non si accorge che allo stesso tempo incarna più forme, sia quelle che lui stesso si è dato, sia quella che la società e gli altri gli danno a seconda della loro prospettiva. Così un uomo può vedersi onesto e generoso, mentre l’altro lo identifica come disonesto e avaro. La forma che viviamo è un’illusione, una costruzione fittizia, una maschera che ci diamo noi stessi o la società. Ecco l’essenza della sua visione, condensata in due semplici parole: l’ESSERE e l’APPARIRE, questi sono i problemi dell’esistenza. Il Relativismo è totale, ognuno ha la sua visione di sé e degli altri, non esiste una realtà oggettiva, ordinata e interpretabile secondo gli schemi della ragione, ognuno ha la sua verità, che nasce dal suo modo soggettivo di vedere le cose.  Ne deriva l’incomunicabilità tra gli uomini, che non possono intendersi, avendo prospettive diverse del reale, che è multiforme e polivalente.

Ma ecco un altro nodo importante della visione pirandelliana: finché l’individuo vive inconsapevole, non ha consapevolezza di essere una maschera e dunque non ne soffre. Ma, come accade ai personaggi pirandelliani, possono esserci occasioni in cui l’individuo, d’un tratto, SI SENTE VIVERE, capisce di non essere il flusso vitale, ma di incarnarne solo una misera parte fittizia. Improvvisamente avverte il male di vivere, sentimenti di angoscia e dolore, attraverso i quali osserva la frantumazione della propria individualità, si sdoppia ed è come se si osservasse dall’esterno, si vede compiere gli atti abituali della sua “forma” e li vede assurdi, privi di ogni senso. Non ha più consapevolezza della propria identità e comincia a ragionare: la ragione, per Pirandello, è dunque la tortura che pone davanti l’inautenticità.

Il Relativismo psicologico o conoscitivo di Pirandello, lo ritroviamo in tutte le sue produzioni letterarie e teatrali. Nel romanzo “Il Fu Mattia Pascal” è molto interessante il capitolo XIII in cui parla della “Lanterninosofia“: secondo questa visione, ognuno di noi ha un lanternino, simbolo del sentimento umano, che non riesce ad alimentarsi se non grazie ai lanternoni, concetti astratti, come la Virtù, la Verità e le varie ideologie, anche se questi finiscono, altrimenti deve affrontare l’angoscia del buio che circonda l’uomo, l’animale che ha il triste privilegio di sentirsi vivere. Il lanternino ci permette di vedere solo nell’area circoscritta dalla sua luce. Come uno orienta il lanternino, vede la realtà che lo circonda in modo diverso.

Eccovi un esempio eclatante: in “Così è (se vi pare)“, il signor Ponza tiene relegata la moglie nel suo alloggio, perché la signora Frola, sua suocera, non possa vederla se non da lontano. L’uomo afferma che si tratta in realtà della seconda moglie, essendo la prima, figlia della signora Frola, morta in un terremoto e sostiene che l’anziana donna sia pazza, poiché crede che si tratti ancora di sua figlia. A sua volta la signora Frola accusa il genero di esser pazzo e sostiene che la donna nascosta è davvero sua figlia, che si finge la seconda moglie per assecondare il marito. Il caso suscita la curiosità di tutta la cittadina, i cui abitanti, con un indiscrezione che sconfina nella crudeltà, si affannano per far venire alla luce la verità. Al termine della vicenda, compare la Signora Ponza, velata: tutti ritengono di aver finalmente la soluzione dell’enigma e di conoscere chi abbia ragione: ma la donna li delude, affermando Per me, io sono colei che mi si crede”.

Sara Cremonini

 

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