AMARCORD: MARCO DELVECCHIO, L’EROE DEL DERBY

Eroe. Così lo ricordano i tifosi della Roma, specialmente riguardo ai derby con gli acerrimi rivali della Lazio. Da sempre lo scontro con i biancocelesti è un appuntamento speciale nella capitale ed entrambe le tifoserie aspettano che qualche fuoriclasse della propria squadra li faccia gioire. Marco Delvecchio, nato a Milano il 7 Aprile del 1973, per i tifosi giallorossi è diventato proprio questo. Un eroe del derby.

Ed è anche grazie alle sue caratteristiche tecniche che “Super Marco” è riuscito ad ottenere numeri importanti ed avere molti estimatori. Mancino di piede, molto bravo nel dribbling e nel gioco aereo. Era inoltre dotato di una buonissima abilità nel servire assist, spesso vincenti, ai compagni di squadra. Una delle sue caratteristiche migliori era senza dubbio il saper saltare l’uomo partendo spesso in progressione sulla sinistra, dote questa che l’ha reso in grado di mettere spesso in difficoltà le difese avversarie. Ne sa qualcosa Alessandro Nesta, trovatosi spesso in difficoltà nell’affrontare il centravanti giallorosso.

La sua carriera professionistica ha inizio nell’Inter, stagione 1991-1992. Non avendo molte possibilità di giocare e non riuscendo, di conseguenza, a ritagliarsi un posto da titolare viene dato in prestito nei due anni successivi, al Venezia prima ed all’Udinese poi. Entrambe le annate, di cui la prima in B, si conclusero con un buon rendimento da parte dell’attaccante milanese. Ciò si tradusse per Delvecchio nel ritorno all’Inter in pianta stabile durante l’annata 1994-1995, conclusa con 29 presenze e 4 reti all’attivo.

La svolta per lui arriva nel Novembre del 1995 quando la Roma di Franco Sensi lo acquista dall’Inter in prestito per 5 miliardi di euro più il cartellino di Marco Branca. La stagione d’esordio nella squadra romana è molto positiva per Delvecchio, autore di 10 reti in 24 presenze che gli valgono la conferma anche per l’anno successivo. L’annata 1996-1997 però non è soddisfacente come la precedente, complice anche il rendimento della squadra al di sotto delle attese, che varrà un deludente dodicesimo posto in campionato dietro anche ad un Milan in piena crisi. Il centravanti chiuderà infatti con soli 4 gol in 27 partite giocate. Estate 1997: arriva il tecnico boemo Zdenek Zeman, che saprà rivoluzionare il modo di giocare dei capitolini, proponendo un gioco d’attacco veloce e spesso spettacolare. Tutto ciò gioverà non poco a Delvecchio, nel frattempo acquistato a titolo definitivo dall’Inter, che si dimostrerà capace di adattarsi alla perfezione agli schemi  dell’allenatore. Il buon rendimento dell’attaccante verrà confermato durante l’annata successiva durante la quale, con i suoi 18 centri, porterà la Roma ad un passo dai preliminari di Champions, sfumati per un solo punto di svantaggio nei confronti del Parma.  Ciò non toglie comunque che quell’annata è considerata da molti, almeno a livello realizzativo, la migliore della sua carriera. L’arrivo di Fabio Capello nell’ estate del 1999 segna per Marco Delvecchio un nuovo punto di svolta. Con il tecnico friulano infatti si dimostra capace di giocare anche da seconda punta, fornendo un supporto molto importante per Vincenzo Montella, prelevato in estate dalla Sampdoria. L’annata 2000-2001 sarà per lui motivo di grande soddisfazione. Arriva  il primo trofeo in carriera con la maglia giallorossa. Il 17 Giugno 2001 infatti la Roma si laurea Campione d’Italia per la terza volta nella sua storia, con “Super Marco” capace di recitare un ruolo importante, nonostante i soli 3 gol messi a segno in 31 gare disputate. Una di quelle 3 reti fu particolarmente significativa per la squadra, ovvero quella realizzata nel derby contro la Lazio finito 2-2. La stagione seguente si apre subito con la vittoria in Supercoppa Italiana ai danni della Fiorentina con un secco 3-0. Delvecchio non parte da titolare, ma può comunque festeggiare un trofeo di tutto rispetto. Nonostante ciò la stagione sarà comunque avara di soddisfazioni per lui, così come le due stagioni successive, concluse comunque con un discreto bottino di reti. Nel Gennaio del 2005 decide di lasciare la Roma dopo dieci stagioni, accasandosi al Brescia prima e Parma ed Ascoli poi. Nel 2009 decide di ritirarsi dal calcio giocato dopo un’esperienza al Pescatori Ostia, squadra allora militante nel campionato di Eccellenza Laziale. 34 reti in 39 partite fanno apprezzare “Super Marco” anche al pubblico di Ostia.

L’avventura in Nazionale maggiore inizia ufficialmente il 16 Dicembre 1998, con una gara organizzata per celebrare i cent’anni della FIFA. Finisce 6-2 contro la squadra All-Stars, con Delvecchio che sapràfarsi notare anche in azzurro. La buona stagione 1999-2000 con la Roma convince il C.T. Dino Zoff a convocarlo per lo sfortunato Europeo perso contro la Francia in finale ai tempi supplementari. Suo il gol dell’iniziale vantaggio che illude gli azzurri, che tra l’altro è anche il primo con la selezione maggiore. Verrà in seguito utilizzato da Giovanni Trapattoni, successore del dimissionario Zoff, nelle gare di qualificazione al Mondiale del 2002, al quale sarà convocato senza mai scendere in campo. La sua quarta ed ultima rete in azzurro è datata 3 Giugno 2003 contro l’Irlanda del Nord in una gara valevole per le qualificazioni all’Europeo del 2004. La sua ultima gara in azzurro invece la giocò il 18 Febbraio del  2004 contro la Repubblica Ceca, partita che segnò di fatto la conclusione della sua militanza in Nazionale.

Carriera di tutto rispetto per Marco Delvecchio, che ha avuto il suo apice con lo scudetto del 2001. Quel trionfo, infatti, rappresenta il meritato riconoscimento per un atleta esemplare. Mai al centro di scandali sportivi, sempre pronto a sacrificarsi per la squadra anche giocando in un ruolo non suo, cosa molto rara al giorno d’oggi, specie fra i più giovani. Attaccante carismatico in grado di deliziare per quasi un decennio i tifosi giallorossi con le sue progressioni e le sue giocate. Chissà se un giorno riuscirà a trasmettere tutte queste doti anche nella veste di tecnico. Questo sarà solo il tempo a dirlo. Quel che è sicuro, comunque, è che questo giocatore ha rappresentato e continua a rappresentare un calcio bello e spettacolare, fatto di professionalità, fatica ed abnegazione. Sarà forse scontato e banale dirlo, ma anche lui ci ricorda un calcio che purtroppo ormai non c’è più e che difficilmente vedremo di nuovo. E per tutte le emozioni che ha saputo regalarci, noi sportivi non possiamo far altro che ringraziarlo.

Articolo di Matteo Perrini

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