Non è finita lì…

Ombre,
null’altro che ombre indistinte e senza nome,
di fronte a questa gente cieca,
che non vuol vedere.
Sorde le grida di tormento e di dolore,
alle orecchie di coloro
che non vogliono sentire.
Fredde le mani di una madre
a cui il figlio è stato portato via.
Vuoti gli occhi di bambini senza più sogni,
senza più lacrime da versare.
[…]

27 Gennaio 2015. “Giorno della memoria“. Non è un caso che sia stata data questa definizione per uno degli avvenimenti più cupi della nostra storia. Il significato profondo che l’accompagna vuole toccare le corde più profonde dell’animo umano, incidendo nel cuore di ognuno di noi a chiare lettere: “RICORDARE“.
Perché nessuno dimentichi mai ciò che è stato.
Perché porti dentro di sé le atrocità perpetrate ai danni dell’Uomo, perché tutto questo non accada MAI più.
Perché Loro non rimangano Ombre, dietro l’indifferenza.

I sopravvissuti all’Olocausto si trovano di fronte alla disintegrazione e l’alienazione psichica che derivavano da quell’esperienza, la sindrome del sopravvissuto al campo di concentramento.

Questi, finita la guerra, cercarono apparentemente di tornare ad una vita normale, purtroppo furono perseguitati da sensi di colpa per essere sopravvissuti e rimorso per ciò che avevano o non aveva fatto; infatti i campi di concentramento disumanizzavano completamente i prigionieri, quest’ultimi creavano un guscio che racchiudeva ogni sorta di sentimento, esso era funzionale alla loro sopravvivenza in mezzo a tanta atrocità. Inoltre molti di essi ritornati alla vita quotidiana attuavano una rimozione totale e negazione dei fatti avvenuti, un sistema di protezione attuavano per non impazzire.

Molti anche dopo anni, e dopo sedute di analisi si sono comunque ritrovati completamente alienati della loro identità personale, fino ad identificare loro stessi solo con i numeri incisi sul braccio (i prigionieri nei campi di concentramento venivano identificati tramite i numeri tatuati sulle braccia). Anche perché molti continuano a rivivere il trauma passato attraverso i sogni, infatti visto che il nostro cervello è caratterizzato da una plasticità cerebrale i traumi riescono a lasciare impronte che modificano il nostro cervello.

Questo trauma però viene trasmesso anche ai figli, sospesi fra il bisogno di conoscere le vicende della propria origine e quello di dimenticare questa memoria devastante. I primi ad esempio sono figli di un genitore che non vuole parlare di ciò che ha passato, e dunque si mettono a leggere ed indagare per sentirsi più vicini al genitore, facendo di tutto per stabilire questo legame con lui. I secondi in genere hanno sentito troppi racconti in casa e non vorrebbero più sentirne parlare ma questo li pone di fronte ad un grosso senso di colpa verso i propri genitori.

Molto spesso, come tratto comune dei figli dei sopravvissuti, vi è un istinto di protezione rivolto al genitore: rinunciano alle proprie esigenze personali per non abbandonare il genitore, e questo problema dell’impossibilità del distacco continua per tutta la vita, non potendo più abbandonare la figura genitoriale bisognosa, per il figlio, di continua protezione.

Inoltre è importante parlare di Candele della memoria, un termine introdotto da Dina Wardi, psicoanalista di origine italiana. Essa dice che molti genitori sopravvissuti «hanno inconsciamente assegnato ad un figlio o ad una figlia un ruolo particolare, che ho definito quello della candela commemorativa». Servono per riallacciare quei legami che sono stati brutalmente spezzati: «…in quasi tutte le famiglie dei sopravvissuti uno dei figli è designato al ruolo di Candela della memoria: la candela commemorativa per ricordare tutti i parenti morti nella Shoah, e gli è affidato il gravoso compito di partecipare al mondo emotivo dei genitori in misura molto maggiore rispetto agli altri fratelli e sorelle. Questo figlio ha inoltre la missione di servire da anello della catena, che da un lato collega al passato, dall’altro lo coniuga al presente e al futuro. Tale ruolo nasce dalla necessità di riempire l’immane vuoto lasciato dalla Shoah…»
Questo compito gravoso provoca molta sofferenza nell’individuo. Crescono con una completa frantumazione della propria identità, e se già per i giovani è difficile costruirsi un’identità personale per queste persone può diventare doloroso e impossibile.

Vediamo, dunque, che le conseguenze di questa tragedia non sono finite nel 1945, non se li è portati via con sé la Seconda Guerra Mondiale, e neanche sono state rinchiuse nella tomba dell’artefice. La sofferenza ha trovato spazio dentro i morti nei campi di concentramento, nei sopravvissuti e nelle loro famiglie.
Come abbiamo detto all’inizio dell’articolo, per fare giustizia ai milioni di ebrei coinvolti dobbiamo RICORDARE… dobbiamo ricordare per NON DIMENTICARE: e queste due semplici, ma pesanti, parole devono restare incise in ognuno di noi, come quei maledetti numeri di fuoco restarono incisi nella pelle delle vittime dell’Olocausto.

Di Margherita Martinelli, Sara Cremonini e Alice Ridulfo.

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