Caro diario…

“Sono due anni che non riprendo in mano il diario, e pensavo che non avrei più ripreso questa abitudine infantile. Ma non è una ragazzata, è dialogare con se stessi, con la parte vera, divina, che vive in ogni uomo.” Lev Tolstoj

“Caro diario…” Quanti di voi riconoscono questa espressione? Per generazioni pagine e pagine bianche hanno preso vita con queste parole, talvolta con qualche variazione, come è d’uso tra i più piccoli che danno un vero e proprio nome al loro “amico di carta”. Un diario è questo: un amico fedele, personificato certo, ma al quale doniamo vita e respiro e soprattutto al quale accordiamo la nostra fiducia, come custode dei nostri segreti, dei nostri timori, delle nostre paure più profonde e delle confessioni che non abbiamo mai neanche osato pronunciare ad alta voce a noi stessi. Diventa la valvola di sfogo nei giorni difficili, uno scrigno in cui rendere eterne le nostre gioie e i nostri traguardi, la roccia in cui scolpire la nostra vita giorno per giorno, fermando il tempo.

Tenere un diario segreto è molto frequente nell’adolescenza, un periodo di transizione, si sa, molto difficile e problematico, che fa “drizzare” i capelli in testa ai genitori e rende volubili e incontrollabili i suddetti teenagers. In questo caso il diario diventa il miglior ascoltatore per ragazzi che non si sentono capiti, accettati, che hanno paura a esprimere le loro emozioni, la prima “cotta”, la prima delusione, i passi falsi e i loro sogni per un futuro ancora lontano. Il diario non giudica, non commenta, non dà consigli: si limita ad accogliere il fiume di parole che dalla penna si riversa sulle pagine…aspettando che il tempo le ingiallisca e il suo autore ritorni a leggerle con nostalgia. Non vi è mai capitato di tornare a rileggere ciò che avevate messo su carta anni prima? A me è successo molte volte e non solo rileggendo i diari di quando ero bambina, osservandomi crescere attraverso una grafia incerta e “piccoli problemi di cuore”, ma anche e soprattutto tornando a sfogliare i diari del liceo e quelli più recenti: in ogni pagina vedevo me stessa e al contempo una persona diversa, a volte più matura e padrona di sé, altre volte in preda alle emozioni più forti che mettevano da parte la ragione. E mi ritrovavo a rivivere con occhi diversi le stesse situazioni che avevo sentito il bisogno di donare all’inchiostro.

Evidenze cliniche dimostrano che tradurre i fatti in parole permette una riorganizzazione dei pensieri e delle emozioni, tanto più se a questo valore centrale si aggiunge l’importanza terapeutica di mettere su carta le proprie esperienze di vita. Ciò significa che dovendo scrivere un testo narrativo, una storia, siamo obbligati a tradurre la folla disordinata dei nostri pensieri, in una struttura chiara e organizzata e questo permetterebbe una rielaborazione cognitiva ed emotiva, proprio quello che accade in psicoterapia. Prendetela come un’auto­terapia economica e a domicilio! Scrivere permette di rileggere i nostri stati d’animo e dargli un senso, ci consente di liberarci di quei “pesi che abbiamo sul cuore” senza tenerli dentro di noi nel momento in cui nessuno è disposto ad ascoltarci o semplicemente quando non vogliamo parlarne per paura di essere giudicati. In questo modo trasferiamo le nostre paure e incertezze dalla testa alla carta attraverso la mano e la penna, uno strumento meraviglioso, perché il potere della parola è eterno.

Se vi sentite impacciati e persi di fronte a un foglio di carta bianco e restate bloccati con la penna a mezz’aria, niente paura! Non bisogna essere scrittori, il nostro diario è NOSTRO proprio perché a noi va l’esclusivo diritto di leggerlo e siamo noi a decidere se dovrà essere un avvincente romanzo di vita o una semplice storia. La struttura non conta, è importante l’effetto che ha su di noi l’arte stessa dello scrivere. Se però davvero siete terrorizzati dalla pagina bianca, lo psicologo Carlo Lazzari consiglia di chiudere gli occhi e lasciar scorrere la penna sul foglio facendo qualunque scarabocchio venga in mente, poi aprirli e scrivere le prime parole a cui pensiamo.

Io consiglio di cominciare con “Caro diario…”.

Articolo di Sara Cremonini

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