Una voce dal silenzio

“La mia voce arriva dalle stelle”, un libro meraviglioso sul coraggio di un bambino che ha sconfitto il suo autismo.

“Ascoltate!”, questo il tacito messaggio che ci colpisce dritto al cuore. Non sono semplici parole, non sono favole. Questa è la voce che ho “sentito”, leggendo la vita di Hugo Horiot…oggi un uomo, che ci racconta la storia di un bambino, una voce muta che ha sconfitto il suo autismo…ed è sopravvissuta al silenzio.

Il suo nome è Julien Hugo, ha quattro anni e il suo unico desiderio è quello di poter tornare nella pancia della madre. Per questo elabora un piano: restare in silenzio, mangiare solo il necessario per non morire, evitare in tutti i modi di crescere per farsi piccolo piccolo. Ma non è così che funziona il mondo: la penna del tempo scorre, i bambini crescono. E devono affrontare il mondo esterno. A volte è relativamente facile o per lo meno sopportabile. Ma non se ti chiami Julien Hugo e sei autistico, affetto da una grave forma della Sindrome di Asperger. Per capire di cosa si tratta, questa patologia è definita come un disturbo pervasivo dello sviluppo, facente parte dello spettro autistico, ma senza significativi ritardi nello sviluppo del linguaggio e in quello cognitivo. E’ invece caratterizzata da una persistente compromissione delle interazioni sociali, da schemi di comportamento ripetitivi e stereotipati e interessi molto ristretti. Tutto questo limita Julien nel suo ingresso all’interno di questo “mondo ostile e difficile” sotto molti aspetti.

Ma ecco il primo miracolo: a sei anni, Hugo decide di uccidere Julien, lo odia e per questo vuole cambiare nome, essere soltanto Hugo. Purtroppo, però, Julien non lo abbandona.

“Julien è sepolto nella terra nera, ma ogni tanto la sua mano sbuca all’improvviso. Afferra il mio piede. Julien non vuole morire […] (Julien) tu mi impedisci di avanzare. Mi vieti di volare […]”.

A scuola lo chiamano Julien. Ma a Hugo questo non dispiace: così è come se si rivolgessero a un morto, lui rimane invisibile e non è costretto a far parte di quel mondo. Il loro mondo. Il nostro mondo.

Hugo è un sognatore. Nella sua testa le immagini corrono veloci e lui vive di quelle immagini. “[…] senza le mie immagini e senza il mio sogno, io sono morto. Un burattino morto. I miei fili li reggerà un manipolatore nascosto che si occupa di sognare per gli altri”.

Hugo vuole volare. E il mondo non lo capisce. Nel suo passaggio attraverso l’asilo, le elementari e le scuole medie, vediamo il mondo attraverso i suoi occhi e questo ci sconvolge. O almeno, ha sconvolto me. I suoi pensieri, benché tradotti sulla carta, andavano troppo veloci per me, la mia mente faticava a stargli dietro: era come se ogni sua parola costruisse fisicamente dentro di me un’altra via che potesse comprendere la sua visione e aprire una nuova porta alla mia, esattamente ne mio centro emotivo. La corazza che Hugo si è costruito è impressionante. La sua lotta va avanti e diventa più ardua: la scarsa empatia che si accompagna a questa sindrome è forse l’aspetto più disfunzionale, perché gli preclude lo scambio sociale, l’amicizia tra i coetanei. E la sua “diversità” finisce inevitabilmente per renderlo bersaglio delle bande di bulletti. Ma lui non abbassa il capo.

“Ho imparato a guardare le persone nel profondo dell’anima, a costo di rivelare in cambio un po’ della mia. E’ stato molto difficile. E adesso qualcuno mi chiede di abbassare gli occhi? Mai! Piuttosto la morte! Tutto l’autobus abbassa gli occhi davanti a quella piccola banda. Io no. Eppure sono solo. Non ho né cricche né eserciti. Il mio esercito è immaginario e si dispone alle mie spalle, pronto a schiacciare questi piccoli dittatori, questi capetti”.

E’ stato commovente e affascinante scoprire il suo rapporto con la madre e il coraggio e la forza di questa donna, che non si è piegata ai metodi convenzionali per “guarire” suo figlio, ma ha cercato con ogni fibra del suo essere di comprenderlo, di capire la sua sofferenza per farsene in parte carico e poterlo così prendere per mano e aiutarlo nei suoi passi verso la vita. Ed ecco il secondo miracolo: il teatro.

“Il teatro mi rende avido del mondo e degli altri. Finalmente un posto dove mi sento bene. Ci trovo un’esigenza che si accompagna all’allegria. Il mio regno ridotto in cenere può così ricostruirsi e danzare con quello degli altri”.

Oggi ha 32 anni ed è attore e regista affermato. Il suo messaggio è semplice: abbi il coraggio di lottare per salvarti e guadagnerai la speranza…di spiccare il volo.

Articolo di Sara Cremonini

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