Mi cercarono l’anima a forza di botte

Ho deciso di inziare così, con una canzone di Fabrizio de Andrè, perchè mi è difficile trovare parole, quindi mi affido a chi le parole le sa utilizzare molto meglio di me. Non si può, però, restare in silenzio, assistere muti a quest’ingiusto spettacolo.

“In questo Paese bisogna smettere di scaricare sui servitori dello Stato le responsabilità dei singoli, di chi abusa di alcol e droghe, di chi vive al limite della legalità”, così afferma il segretario del sindacato di polizia Sap, Gianni Tonelli. Solo l’ultima di una serie di dichiarazioni rilasciate negli ultimi anni; ad esempio il (al tempo) sottosegretario di Stato Giovanardi, che dichiarò che Stefano era morto di anoressia e tossicodipendenza, sostenendo anche che fosse sieropositivo. Dichiarazioni che lasciano il tempo che trovano, ma che fanno male, tanto quanto le percosse subite da Stefano.

Ripeto, è difficile trovare le parole giuste in mezzo alla rabbia e alla rassegnazione. Non posso che riportare i fatti: “lesioni ed ecchimosi alle gambe, al viso (inclusa una frattura della mascella), all’addome (inclusa un’emorragia alla vescica) e al torace (incluse due fratture alla colonna vertebrale).” Non solo, “Durante le indagini circa le cause della morte, un testimone ghanese dichiarò che Stefano Cucchi gli aveva detto d’essere stato picchiato; il detenuto Marco Fabrizi chiese di essere messo in cella con Stefano (che era solo) ma questa richiesta venne negata da un agente che fece con la mano il segno delle percosse; la detenuta Annamaria Costanzo affermò che il giovane le aveva detto di essere stato picchiato, mentre Silvana Cappucio vide personalmente gli agenti di polizia penitenziaria picchiare Cucchi con violenza“. (Wikipedia.org).

Non posso fare altro che incazzarmi di fronte all’evidenza dei fatti, in questo modo viene meno anche la mia fiducia nella giustizia, con la speranza che in Cassazione me la facciano recuperare.

Rabbia, tanta rabbia, ma mai quanta ne ha la famiglia, Ilaria, Rita, Giovanni, il pensiero di tutti va a voi, va alle famiglie Aldrovandi e Uva, e a tutti coloro che nel carcere ci hanno lasciato la vita, o anche soltanto qualche pezzo di anima. Stefano è stato ucciso due volte, e così si sta continuando a difendere coloro che non fanno parte dello Stato, abbandonando tutti gli altri. Mi ritrovo di nuovo ad andare a prendere parole non mie: “Non siete Stato voi, uomini boia con la divisa che ammazzate di percosse i detenuti, non siete Stato voi con gli anfibi sulle facce disarmate prese a calci come sacchi di rifiuti.”

Così lo Stato ci denuda, ci riempie di botte e ci lascia a morire. Ma noi non moriremo, noi andiamo avanti, vivendo, e con noi Stefano, Federico, Giuseppe e tutti gli altri.

Stefano vive!

di Lorenzo Gottini

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