KFC e Starbucks: fast food, yes or not?

Perché nella patria del caffè deve arrivare una catena americana che fa caffè americano?
Perché nella patria dei contadini che da sempre allevano pollame deve arrivare un altro colosso che vende polli fritti?
Perché noi italiani dovremmo rinunciare al nostro espresso e cornetto farcito alla crema per una cosa che non è noi, mai lo è stata e che quindi culturalmente non ci appartiene? E’ una moda che magari potrà andare bene nel resto del mondo, ma non qui.

Starbucks sta per sbarcare in Italia: molti esperti sono concordi nel dire che questo evento avrà grosse ripercussioni sull’economia delle pasticcerie delle metropoli più grandi e andrebbe a  globalizzare anche uno dei nostri marchi di fabbrica: espresso e cornetto caldo al mattino, che verranno prontamente sostituiti da frappuccino e donut.

Loro hanno una loro identità, i fastfood, noi una nostra identità, più italiana, gli streetfood, i cibi dei nostri nonni, poveri e da strada.

Per dire, è solo pollo fritto quello del kfc, ma sarà qualcosa di speciale vista la schiera di fan che finora sono stati disposti ad andare addirittura oltre confine per assaporarlo. Magari quel qualcosa di speciale va ben oltre i fornelli e l’olio di semi e si riduce, se così si può dire, a un fatto culturale che spesso impone di seguire le mode dettate dai più cool. Dovremmo privilegiare la qualità rispetto alla quantità, fare lavori migliori che dureranno di più nel tempo e miglioreranno la nostra vita e i luoghi in cui viviamo: c´è meno margine per speculare, ma più possibilità per guadagnarci tutti quanti qualcosa ed evitare catastrofi.

La gente non riesce a comprendere che i piccoli agricoltori e le piccole fattorie sono la chiave della sicurezza alimentare, sono più produttivi e conservano le risorse più delle grandi monocolture, sono modelli di sostenibilità e santuari di biodiversità. Non ultimo, contribuiscono al raffreddamento del clima. Da loro dovremmo attingere, per un prodotto più sano, più economico e più ecosostenibile.
E pensare che l’Onu ha dichiarato il 2014 Anno internazionale dell’agricoltura familiare. L’obiettivo è quello di focalizzare l’attenzione mondiale sull’agricoltura familiare di piccola scala, mostrando quale può essere il suo contributo fondamentale allo sradicamento della fame e della povertà, e nel garantire la sicurezza alimentare a tutto il pianeta, preservandone le risorse.
L’esatto opposto di ciò che fa il famigerato Kentucky. Per esempio nel 1997 Kentucky Fried Chicken cambia il nome al puro acronimo KFC, apparentemente per un restyling del marchio, giustificando la cosa con la maggiore semplicità del nome, e con l’eliminazione della parola fried (fritto), dal suono poco salutare per i consumatori più attenti.
La realtà sembra essere un’altra. Para infatti che il governo USA, a seguito di lamentele, abbia obbligato la catena di fast food ad eliminare la parola “pollo” (chicken) dal marchio, vietandone l’uso in riferimento ai suoi prodotti. Perché? Perché KFC, a quanto pare, utilizza  polli nutriti male, che hanno vissuto la loro breve vita senza mai vere il sole e senza toccare terra, avvinghiati su sbarre di acciaio e catene. Questi polli sono mantenuti in vita per mezzo di tubi che pompano sangue e nutrimenti. Non hanno né becco, né piume, né zampe e presentano una struttura ossea ridotta. Il tutto per abbassare i costi di ripulitura e per massimizzare la produzione di carne. Questo è ciò che andiamo a mangiare quando non ci affidiamo alla piccola artigianalità, bensì a grosse catene industriali straniere.

Torniamo a noi, a ciò che ci contraddistingue meglio: meglio un pranzo veloce a base di arrosticini o un bel supplì, non vi pare?

Articolo di Francesco Loggi

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