Una profonda fede risolve un tremendo amore

La fede risolve l’ “Amor tremendo” in “Amor comandato e santo”. Le due eroine, Ermengarda e Lucia, rappresentano un ideale fondamentale nell’ottica manzoniana: l’amore.

Così come il senso della vita, la possibilità della salvezza attraverso la sofferenza, l’analisi della realtà e la riflessione su ciò che accade al momento della morte, anche la concezione di amore cambia con il passare del tempo e nel pensiero manzoniano si arriva a essere in grado di delineare una certa evoluzione nei vari concetti.
Il senso della vita, facendo partire il percorso evolutivo dalla seconda tragedia manzoniana, è “gran segreto” (Adelchi, atto V, scene VIII-X) perché la vita è un mistero fino all’ultimo momento ed il vero significato dell’esistenza viene percepito solo in un ultimo intenso istante che rende possibile il raggiungimento della salvezza. Solo in un successivo momento, con i “Promessi Sposi”, Manzoni arriverà a dire che la vita, rimanendo comunque un segreto, è adesso oggetto di comprensione come realizzazione della stessa volontà di Dio.
Partendo da questa evoluzione di concetto è possibile notare che l’ottica stessa di presenza divina nella realtà dei due capolavori è differente. Se nel mondo di Ermengarda la vita non può essere compresa, allora questa ignoranza, riguardo al perché un evento storico si realizzi o meno oppure riguardo all’agire dei personaggi della storia, è dovuta anche al fatto che la presenza divina nell’esistenza è più un fine da raggiungere che una presenza costante della vita terrena. Ermengarda si arrende ai fatti. Quando Carlo Magno si risposa, ella perde ogni speranza non solo nell’ “amor tremendo” che prova, ma anche nel mondo stesso perché tutta la realtà di lei ruotava attorno ad un amore terreno che adesso l’ha delusa e allontanata. Ermengarda dopo essere stata ripudiata, si trasferisce in un monastero di Brescia e all’inizio dell’atto IV dell’ “Adelchi” ci viene mostrata una donna che sembra aver trovato, nel suo avvicinarsi a Dio, un suo equilibrio. E’ stata trovata “una pace stanca” e l’anima sua, che ha convissuto con sofferenza e dolore per tutto questo tempo, sembra aver finalmente realizzato che la sua natura è quella di sciogliersi dal corpo per unirsi a Dio.
Ad Ermengarda l’affidarsi a Dio in un momento di sconforto non è venuto naturale come a Lucia, c’è voluto del tempo, perché Ermengarda è sempre e comunque presa completamente dalla vita terrena; il suo cuore batte grazie a Dio, ma batte più forte a causa di un uomo e cesserà di battere quando la notizia del nuovo matrimonio di Carlo verrà riportata alla donna. E’ proprio questa notizia sconvolgente che romperà il precario equilibrio che Ermengarda stessa si era illusa di aver raggiunto, ella non ha più un legame giuridico con il suo sposo, “è ripudiata ma sempre innamorata dell’uomo al cui fianco era diventata donna e regina”.
Se per Carlo Magno l’amore per una donna è solo una parte della vita, perché esiste l’amor per la patria, la necessità di provvedere agli interessi dello stato e così via; per Ermengarda l’amore rappresenta tutta l’esistenza. La giovane non trova in Dio conforto, Ermengarda impazzisce, sviene, delira, ed è solo nell’ultimo ed estremo momento della sua esistenza che finalmente percepisce la presenza divina accanto a sè, capisce che non è mai stata lasciata da sola con se stessa, si rende conto di aver fatto parte degli oppressi e che quindi la sua ricompensa sarà nei cieli e riesce a rivedere in un lampo la sua vita senza rammarico. Alla fine, Ermengarda può ripensare serenamente al suo passato perché il futuro che l’attende è un futuro che non ha tempo.
L’amore di Ermengarda, almeno fino a prima del ripudio, è un amore coniugale, un amore quindi lecito e puro che è protetto dal sacro vincolo del matrimonio, ma “mai questo labbro pudico osato avria dirti l’ebbrezza del mio cor segreto” quindi sebbene la donna avesse sempre amato profondamente il marito mai aveva osato esplicitare questo suo sentimento ed aveva sempre mantenuto una certa pudicità nel dimostrare la sua passione.
Questo tipo di comportamento riservato e pudico è una delle caratteristiche conservate da Manzoni nella creazione di un nuovo personaggio, quello di Lucia Mondella.
Nei “Promessi Sposi”, Lucia rappresenta l’ideale dell’ “amor comandato e santo”. Nel mondo di Lucia, l’esistenza è sempre presentata come manifestazione di un disegno superiore, esiste la divina provvidenza come esiste il male, però non ci si dimentica mai che l’aiuto di Dio giungerà a tutti perché Dio è costante dell’esistenza umana ed è percepito come tale, soprattutto da Lucia. Questo personaggio femminile è in grado di superare le difficoltà anche quando si trova sola in luoghi che possono spaventarla; è fragile, minuta, ma solo all’apparenza, perché dentro di lei la potenza della fede le fornisce tutto quello di cui ha bisogno.
Quando Ermengarda viene allontanata dalla corte, l’unico distacco che ella sente è quello dal suo amato, ad Ermengarda non manca la vita da regina perché la sua attenzione è monopolizzata dai suoi sentimenti per Carlo Magno. D’altra parte, Lucia, quando si allontana dal suo paese, osserva il paesaggio notturno dal lago con nostalgia e saluta i monti nel capitolo XVIII con delicatezza e ricordando i tempi dell’innocenza e della spensieratezza. Lucia anche se si trova in un momento di tristezza e sconforto, rimane lucida, riesce a ricordare il passato con chiarezza e una velata gioia, non condanna i suoi ricordi, saluta la sua casa e la casa nella quale sogna di andare a vivere con Renzo e pure la chiesa del paese “dove l’animo tornò tante volte sereno cantando le lodi del Signore”, notiamo quindi ancora che è grazie al sostegno della sua religiosità che Lucia ha sempre superato momenti non sereni, ricorda infatti che anche nella sua vita al paese, quando era triste o sconsolata andava in chiesa per trovare conforto. Lucia riesce a focalizzare la sua attenzione anche sul mondo circostante, non si chiude in se stessa, non si abbandona al sentimento come invece aveva fatto la protagonista dell’ “Adelchi”.
Mentre Ermengarda è costretta ad allontanarsi dal marito Carlo Magno perché ripudiata da quest’ultimo per ragion di stato, Lucia deve separarsi dal suo promesso sposo Renzo perché il loro matrimonio è ostacolato dal signorotto Don Rodrigo. Entrambe le eroine manzoniane si ritrovano quindi, per ragioni esterne, ad essere allontanate dal loro innamorato. Anche se la protagonista dei “Promessi Sposi” ad un certo punto farà voto di castità per aver essere salvata da Dio dalle grinfie dell’Innominato, Lucia riesce a non perdere mai la speranza e supera momenti che hanno messo alla prova ma mai scalfito il suo amore per Renzo e per Dio.
La figura di Ermengarda è contrapposta a Lucia “che impersona la religiosità tradotta nelle forme del vivere quotidiano, principio e forza di una regola umana e divina, che consente di attraversare positivamente il conflitto, e di raggiungere un fine lieto e giusto”.
Concludendo, mentre Ermengarda si concentra su un amore tremendo che le lacera fisico e spirito, Lucia mantiene come punto fisso la fede che proteggerà lei stessa, sia fisicamente che spiritualmente. Entrambe le eroine manzoniane incarnano ideali d’amore anche se di tipo differente, il primo terreno, tormentato, sofferto, fino alla fine e il secondo, un amore per un uomo ed uno per Dio, che è equilibrato, giusto e che porta serenità d’animo nonostante le problematiche quotidiane.

Di Rachele Cecchi

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