L’ombrello della discordia

Sembrava destinata a risolversi in un nulla di fatto l’occupazione pacifica degli studenti cinesi che dal 28 settembre scorso bloccano le strade del centro di Hong Kong, invece i manifestanti hanno risposto in massa all’appello dei leader della protesta Occupy Central.

Nuova linfa per la “Rivoluzione degli Ombrelli”, così come è stata ribattezzata dai social media grazie al poco ortodosso quanto efficace metodo con cui i rivoltosi si proteggono da caldo e gas lacrimogeni della polizia, che negli ultimi giorni aveva perso sempre più slancio e aveva visto le sue fila assottigliarsi progressivamente. Una risposta immediata alla decisione del governo di Pechino di cancellare l’incontro coi rappresentanti degli studenti previsto per il 10 ottobre, chiudendo definitivamente al dialogo coi contestatori, accusati di non cercare un vero e proprio confronto con le istituzioni. Nessun segno di cedimento, dunque, dinnanzi alle richieste del movimento studentesco di possibilità di scelte più democratiche in vista delle elezioni amministrative del 2017. La designazione del “chief executive”, il capo del governo locale, è rigidamente controllata dalle alte sfere, che “propongono” ai votanti una lista di uomini fedeli tra cui scegliere il “meno-peggio”. La battaglia per le libere elezioni si unisce a quella per richiedere le dimissioni dell’attuale “chief executive” Leung Chun-ying, considerato un fantoccio al soldo di Pechino. A minare la stabilità dell’incarico del governatore della regione, un versamento di circa 5 milioni da parte di una società australiana di cui avrebbe dovuto perorare la causa, una volta ottenuto il mandato.
Piovono, è il caso di dirlo, le accuse all’occidente da parte del governo comunista cinese. Dalle organizzazioni di ponente sospettate di aver mani in pasta negli avvenimenti oltreoceano, ai semplici simpatizzanti degli “umbrella-boys”, nessuno è fuori dalla lista di sospettati di casa Pechino. Uno scenario esagerato che poco rispecchia in realtà le reali dinamiche dello scacchiere internazionale. I rivoltosi sono ben più isolati di quanto un partecipe osservatore occidentale possa pensare. Un gigante come la Cina, una delle economie emergenti più fiorenti dell’intero panorama mondiale, non può ritrovarsi a essere schiavo della propria politica interna. La situazione di precarietà sconvolgerebbe tutti gli equilibri dei mercati e delle politiche internazionali, e sarebbero in molti a venir danneggiati da un eventuale crisi ai vertici (basti pensare che la Cina era, fino allo scorso anno, uno dei principali creditori degli Stati Uniti d’America, detenendo circa il 7-8% del debito pubblico federale). La stabilità del gigante asiatico non può essere messa in discussione e il percorso, sia pure inevitabile, verso una parvenza di democrazia dovrà riprendere in tempi più maturi. Il rischio è quello di una “primavera cinese”, sulla falsariga delle sanguinose esperienze di “esportazione di democrazia” nel Medioriente, emblema e monito perenne di ciò che può succedere quando il metodo di governo all’occidentale trova un contesto provato da decenni di assenza di qualsivoglia diritto e da monopoli del potere.
Intanto, mentre la polizia procede allo smantellamento delle barricate erette dai manifestanti nei giorni scorsi, il capo del governo di Hong Kong fa sapere di essere pronto al dialogo con gli studenti e a compromessi sulla composizione del comitato elettorale, benché l’autorità di Pechino sulla faccenda non sia assolutamente messa in discussione. Solo il tempo potrà dirci se la piccola apertura del governatore sia quella schiarita che i manifestanti aspettano per poter riporre gli ombrelli, almeno fino al prossimo temporale democratico.

Di Simona Mollo

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