La polizia, il controllore del nostro Stato…

Genova-G8_2001-Carica_della_polizia

Da quando si è data una definizione alla parola Stato, viviamo in un mondo controllato, in ogni momento della nostra vita siamo sotto un “occhio”. Perché veniamo controllati? Lo stato come manifesta questo controllo?

Veniamo controllati perché lo stato è un corpo, una “macchina”, deve controllare che tutto avvenga secondo i meccanismi della socializzazione, ossia un processo attraverso cui un individuo accetta le norme della società e dello stato. Quest’ultimo attraverso vari organi riesce a esercitare una pressione che va dall’alto verso il basso e viceversa (i sindacati, sono controlli sociali dal basso). Ma quale è l’organo più usato dallo stato per il controllo sociale?

Prima di tutto bisogna partire da un concetto: il mondo Occidentale ha sostituito la punizione (reprimere punendo o per punire) con la preservazione (reprimere per rieducare); tuttavia perché anche le forze dell’ordine dovrebbero garantire, rieducando, l’ordine interno commentando atti illeciti? Si parla di vendetta dello stato nei confronti di chi ha ammesso uno sbaglio, violando una normativa, rompendo una linea del controllo sociale. Questo è un modo diverso dell’applicazione del supplizio.

La teoria classica riconosce due diversi tipi di polizia: quella anglosassone cioè quella più legata  alla comunità e meno militarizzata, e quella continentale cioè centralizzata, autoritaria e incline alle maniere forti. Queste due definizioni sono molto labili, si pensi solamente, che gli USA hanno conosciuto le persecuzioni poliziesche durante il maccartismo.

Donatella Della Porta e Herbert Reiter, studiosi del comportamento delle forze dell’ordine, hanno evidenziato “come un’azione inefficace a livello di ordine pubblico sia dovuto, dal mancato aggiornamento del sapere della polizia“. Con sapere della polizia si intende da una parte la cultura professionale delle forze dell’ordine; dall’altra la capacità di costruire stereotipi su persone e situazione percepite come possibili fonti di difficoltà.

Un operatore di pubblica sicurezza deve essere dotato di efficace sapere, cioè di un background che gli permetta di individuare le linee di intervento migliori: un esempio di stereotipi utilizzando dalla polizia consiste nella distinzione fra manifestanti “buoni” e manifestanti “cattivi“. Il sapere della polizia si basa su determinate fonti informative che vengono prodotte dalle istituzioni che analizzano i comportamenti dei soggetti.

Infatti a volte la “catena dell’errore” parte proprio dalle fonti informative. Evidentemente queste imprecisioni portano a danni enormi (G8 di Genova), perché?

Perché se ad un rappresentante delle forze dell’ordine viene detto che in quella occasione rischierà la vita, egli porterà con se aggressività e rancore. Al  G8 di Genova parlavano addirittura che i “manifestanti cattivi” avrebbero preso in ostaggio alcuni poliziotti da usare come scudo umano contro la polizia. Queste informazioni sbagliate portano le forze dell’ordine a gestire i movimenti di piazza nello stesso modo in cui si comporterebbero con gli Utras. Emblematica è la testimonianza di un poliziotto impegnato nelle giornate di Genova dove diceva: “la tensione tra noi era altissima, ci avevano detto che i manifestanti avrebbero avuto pistole, che ci avrebbero tirato sangue infetto e biglie all’acido. Dopo la morte di Carlo Giuliani, ci dissero che era morto un carabiniere“.

Perché dire che era morto un carabiniere? Ovviamente per incentivare la violenza; in generale la qualità, la professionalità e l’organizzazione delle forze dell’ordine definisco la qualità di una democrazia, di uno Stato. Le emergenze del terrorismo, la lotta alla mafia e agli ultras del calcio, hanno dato alla polizia poteri ambigui che si innestano sulle notevoli competenze garantite dal testo unico delle leggi di pubblica sicurezza varato durante il FASCISMO e mai completamente riformato… La polizia italiana rispecchia la debolezza del nostro stato, sempre più preoccupata degli orientamenti politici della maggioranza che non delle caratteristiche tecniche utili a gestire ordine pubblico; per esempio se la maggioranza di governo non legittima come interlocutori alcuni attori politici (manifestanti o altro), anche la polizia eviterà di farlo: NO AL DIALOGO. Come appunto successe a Genova nel 2001, quando si decise di non dialogare con chi stava organizzando la protesta.

Lo stretto legame con la politica comporta anche la scarsa capacità, da parte della polizia, di analizzare serenamente i propri eroi. Parallelamente, la maggioranza politica cercherà sempre di difendere l’operato della polizia; Nel 2001 dopo i fatti successi al G8, la maggioranza affermò: “che la polizia era riuscita nel conseguimento di tutti gli aspetti; gli eccessi commessi erano da attribuire ai manifestanti violenti“. Addirittura il Genoa Social Forum chiese al capo della polizia Gianni di Gennaro e al questore di Genova un incontro dove si chiedeva che la polizia si presentasse senza armi. Richiesta negata, ma venne formulata l’assicurazione che nessuno avrebbe mai sparato contro i manifestanti; la manifestazione si concluse con Genova devastata, un morto e migliaia di feriti… Da quel momento iniziò il declino del nostro ordine pubblico, la fine della nostra classe politica e soprattutto un’altra delle numerose figure barbine a livello mondiale…

Articolo di Andrea Paone.

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