Siamo ciò che facciamo o facciamo ciò che siamo?

In questo periodo storico il tema del lavoro è il paradigma di mutamenti culturali e sociali più interessante. In italia il settore lavoro è forzato da limiti disciplinari, ed è sicuramente un tema a forte rischio di strumentalizzazione politica, oltre che a essere un argomento forte e molto studiato in tutto il globo. Ma la domanda principale è “Che cos’è il Lavoro?”

Ci sono almeno due significati:

Lavoro come sostentamento (A), ossia ciò che serve per vivere; quindi un lavoro come fatica, come strumento per un reddito, in pratica un lavoro NON scelto. Questo è ciò che gli Inglesi chiamano “JOB“.

Poi troviamo il Lavoro come azione/reazione (B), ovvero realizzazione dei propri interessi e obiettivi con il compiacimento del proprio sé; indica un lavoro che ha un certo livello di autonomia. Questo è quello che gli anglosassoni chiamano “WORK“.

Le teorie sociologiche dell’800 e ‘900 affermano che la maggior parte delle persone lavorano nel tipo A. Questo è dovuto perché molte società hanno promosso questo concetto lavorativo, per arrivare in minor tempo ad un miglioramento del proprio status sociale. Sicuramente queste società sono state spinte dai momenti storici, fasi storiche in cui l’uomo necessitava un avanzamento in minor tempo del proprio stato sociale. Però attraverso questo tipo di lavoro, è dimostrato che si ha una decandenza o una crescita che si separa da quella sociale e quindi si viene a creare un conflitto, e di conseguenza un danneggiamento della vita.

Attraverso il lavoro di tipo B, invece si ha una crescita più lenta, ma uno sviluppo migliore nel lungo tempo, arrivando a toccare picchi molto alti a livello sociale. Per capire cosa si intende per “sviluppo“, bisogna effettuar una ricerca storico-sociale.

Lo sviluppo è il rapporto tra capitale economico, capitale sociale e capitale culturale, questo si ha quando la conoscenza è messa in relazione con la ricchezza. La connessione fra capitale economico, sociale e culturale la fa il lavoro scelto, di tipo B. Per questo i sistemi politici che hanno cercato di soddisfare la tendenza dell’uomo a svilupparsi è risultata vincente.

La più lunga fase di sviluppo è quella verificatosi nell’Impero romano, dal I al IV secolo d.C., in quel momento in Occidente avviene la prima grande fase della storia; si verifica la liberazione di massa degli schiavi, per favorire lo sviluppo della società. La persona libera crea, ovviamente, più reddito di quella serva; lo schiavo liberato diventa Liberto e lavora, nasce una nuova classe sociale che è la piccola borghesia e il nobile fa politica da sé.

Con la fine dell’Impero romano, per cinque secoli, vi è invece una decadenza estrema, si verifica una separazione tra i capitali e non circola più moneta, il sistema diventa chiuso.

In Italia dal XI al XV secolo artigiani e mercanti reinventano strade e città; si verifica per la seconda volta una liberalizzazione di massa, i servi della gleba diventano liberi; nelle grandi città nascono le banche (Monte dei Paschi), nel 1200 nasce la finanza (Firenze, Siena e Lucca), nascono le Università (diritto, medicina e matematica), ma soprattutto RINASCE l’Uomo e si arriverà al Rinascimento che si espanderà a macchia d’olio in tutto il mondo conosciuto. Il Rinascimento nasce quando l’uomo rivede un po’ i suoi limiti: l’idea di lavoro propria dell’Umanesimo è quella di Dante Alighieri: “quando ci diamo da fare superiamo noi stessi, diventiamo più grandi, scopriamo parti di noi prima sconosciute“. Il Sommo Poeta scopre la dimensione psicologica dello sviluppo e al tempo stesso la base dell’economia della conoscenza.

Il lavoro quindi è il rapporto tra autonomia e identità; noi siamo ciò che facciamo o facciamo ciò che siamo? L’unica cosa che ci può conferire un identità, è la fatica, il dolore e l’amore con cui lottiamo per costruirci intorno il nostro sé.

Articolo di Andrea Paone.

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