Cosa ci ha lasciato il 1968?

1968 Pontiac Firebird-01

C’è chi quegli anni li ha vissuti, chi non sa neanche che esistono e chi vuole raccontarli; noi facciamo parte di quest’ultima categoria e, con gli occhi della generazione successiva al 1968, vogliamo descrivere perchè e cosa ci ha lasciato quell’ondata rivoluzionaria che si è sviluppata in Italia e in Europa negli famigerati “anni di piombo”.

Il 1968 è solo una tappa, forse la più importante, di un processo che prende vita già a inizio anni ’60 (ideologicamente) per poi passare alla “lotta armata”(omicidio Moro) fino ad arrivare alla “sconfitta” che possiamo far risalire al 1980. In mezzo a queste date ci sono lotte contro lo Stato oppressore, contro il capitalismo assassino (guerra in Vietnam) e contro una politica che uccide il proletariato. Il fine di queste lotte è quello di “cambiare il mondo” , usando anche la forza, seguendo il modello comunista; una storia che però si mischia alla corruzione politica, ai Servizi Segreti e alle stesse organizzazioni mafiose che creano una scia di terrore che porta al fallimento ideologico e politico del ’68. La prova di tale fallimento si manifesta quotidianamente davanti ai nostri occhi, infatti chi ha lottato in quegli anni contro quel sistema oggi ne fa parte, anche in maniere influente.

Non perdiamo di vista la nostra domanda però, e cioè cosa ci ha lasciato a noi il 1968? Abbiamo detto che molti dei “sessantottini” oggi svolgono funzioni nel sistema da loro contestato in età giovanile, molti quindi hanno rifiutato le idee politiche che avevano in quegli anni, ma queste idee, come spesso accade hanno seguito il loro corso, in maniera inesorabile cambiando la storia.

Infatti il ’68 è stata una rivoluzione, non politica (come i sostenitori speravano) ma culturale; le immagini di Woodstock, degli Hippy, hanno condizionato le generazioni successive, provocando un cambiamento nel modo di vivere e di fare. In effetti a partire dal 1960 molti elementi comuni che vanno dalla politica alla morale quotidiana cambiano, prima in maniera quasi impercettibile (tutti gli occhi erano puntati alle BR ed i continui attacchi allo stato) e poi in forma inesorabile.

Non è un caso che nel 1974 viene approvato il “Divorzio” in Italia, una trasformazione epocale in un paese con una mentalità ed una morale profondamente cattolica, fanno parte del cambiamento figlio del 1968 anche elementi al di fuori della politica; come il successo dei Beatles o dei Rolling Stones, l’affermazione di attori ribelli come James Dean o Marlon Brando e ancora la passione per autori impegnativi come Hemingway, Stevenson o introversi come Pavese e Frost.

Il cambiamento arriva in forma decisa fino ad oggi, l’emancipazione della donna ne è l’esempio principe, essa infatti è frutto proprio di quegli anni, di quella voglia di dare i stessi diritti e le stesse possibilità a tutti, comprese le donne.

Solo a distanza di anni ci siamo resi conto che il 1968 non ha rappresentato un peso ma bensì un trampolino di lancio per la formazione culturale e morale dell ‘Italia come la conosciamo oggi. Il fallimento politico di quella rivoluzione è stato epocale, essa infatti non ha rovesciato governi o effettuato colpi di stato, ma ha iniziato quel processo di cambiamenti che ci ha delineato e fatti crescere improvvisamente.

Ecco in definitiva cosa ci ha lasciato il 1968… la possibilità di cambiare.

Articolo di Raffaele Giachini.

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Un pensiero su “Cosa ci ha lasciato il 1968?

  1. METTIAMO ORDINE ALLE COSE E DEFINIAMO MEGLIO IL ’68.
    Il ’68 è stata l’esplosione di una generazione occidentale, che andava dagli Stati Uniti a Francia, Germania, Italia, cioè la parte più ricca del mondo: non era la rivolta dei poveri contro i ricchi, era la rivolta dei figli contro i genitori nella parte più ricca del mondo. Rivolta occidentale.
    E’ stata una protesta, una contestazione che ha portato una rivoluzione tutto sommato borghese, per rivendicare una maggior libertà dei costumi, dei modi di vivere.
    Il ’68 ha spazzato via il concetto di autorità, di padre, di famiglia, quindi anche un certo senso della tradizione, dell’identita’, del risparmio; è stata una grande rivoluzione borghese di costumi, tant’é vero che le conseguenze che vediamo oggi di cos’é rimasto del ’68 sono proprio il divorzio, l’aborto e una maggior libertà dei costumi opinabile su tutti i fronti.
    Io avevo 15 anni quando è esplosa questa rivoluzione che mi ha accompagnato fino ai miei 24/25anni. L’influenza che ho ricevuto da questo movimento generazionale è l’influenza che riguarda tutte le giovani generazioni, l’aspetto fisico, l’abbigliamento, in generale il modo di apparire. Sul piano ideologico e politico non mi ha mai coinvolto perchè ho avvertito fin da subito lo stridore della strumentalizzazione, il contrasto tra l’ideale giovanile (giusto o sbagliato) e il furto di una sinistra italiana che se ne attribuì la paternità e i valori, generando ideologie dogmatiche che nel tempo sopravvivono sotto altre forme, come il buonismo ed il permissivismo dilagante, la polemica che non è critica costruttiva ma cinismo, ipocrisia, buonismo insignificante. I miei professori incitavano alla rivolta e non facevano bene il loro mestiere.. Ricordo che all’ITI di Ascoli erano quasi tutti di sinistra e il loro modo di agire mi disorientava e pur non avendo una opinione matura e limpida del circostante già allora non salivo volentieri sul carro dei vincitori e non mi univo facilente alla massa.Riconosco che di positivo ho ereditato il senso critico e le modalità di approccio ai temi ed agli argomenti. Lessi in quel periodo un libro fondamentale per noi della Beat Generation, On the Road di Jack Kerouac, uno dei maggiori e più importanti scrittori americani del secolo scorso nonché “papà del movimento beat” il suo stile ritmato e immediato, chiamato dallo stesso Kerouac prosa spontanea, ispirò numerosi artisti e scrittori come il cantautore americano Bob Dylan. Be..non c’entrava niente con tutto quello che seguì in italia. In Italia la rivoluzione prese una strada diversa… all’Italiana.

    Come mai un fenomeno di origine americana, in Italia inizia a un certo punto ad usare un linguaggio fatto di termini come «rivoluzione», «abbattimento dello stato borghese»?

    Probabilmente perchè l’Italia aveva un partito comunista molto forte, che ha approfittato del momento come ha sempre fatto. Il DNA Italico metabolizza tutto in forme partitocratiche e strumentalizzazione politica becera.
    Da questo grosso serbatoio che era il mondo della sinistra italiana, quando è scoppiato il ’68 i giovani hanno attinto. Tuttavia hanno capito di non essere adatti a stare nel Pci (era comunque qualcosa che consideravano ancora appartenente al mondo dei padri, quindi vecchio) e si sono illusi di vedere delle versioni più presentabili del marxismo-leninismo. Hanno considerato che il Pci in Russia era fallito, quindi si sono rivolti ad altri modelli, come la Cambogia, il Vietnam, Cuba, la Cina; ed è così venuto alla luce anche tutto il movimento terzomondista. Poi anche questi modelli si sono frantumati e non è rimasto più nulla. Ecco che nel 1977 quello che resta è la generazione dei cosiddetti “fricchettoni”: quelli che si politicizzano in quell’anno si chiamano “Autonomia”, proprio perchè rivendicano tale autonomia da tutta una tradizione di sinistra. Cercano una nuova sinistra, ma anche lì politicamente finisce tutto nel nulla. Rimangono solo le Brigate Rosse.

    Cos’é rimasto del ’68? Cosa ci portiamo come impronta, lascito o eredità di quel periodo ?

    Sicuramente ha cambiato l’Italia in profondità, e ha purtroppo vinto; ha perso politicamente, ma la radice profonda del ’68 (che era una rivoluzione totale dei costumi, era spazzare via la tradizione di un popolo) purtroppo ha vinto. A questa considerazione alcuni rispondono che tutto ciò sarebbe successo comunque; In maniera diversa pero! La storia non è fatta da un gruppo di persone che cambia il mondo; tutto è collegato. Lì i tempi stavano maturando, e quello che noi riconosciamo come 68 è il periodo in cui tutto questo esplode, in Italia in modo particolarmente violento. In altri paesi molto meno. La conseguenza è che l’Italia di allora è irriconoscibile rispetto a quella di oggi. In realtà il 68 è stato uno spazzare via un modo di essere, una tradizione che ha permesso di togliere il freno a tutto, al modo a cui si vivono la sessualità, i consumi, il rispetto, il senso di appartenenza, la critica oggettiva e ponderata etc.
    La «dittatura del desiderio» è la conseguenza principale di quegli anni. Il ’68 ha certamente spazzato via falsi miti: l’enfatizzazione di patria e dell’esercito, l’idea che l’autorità avesse sempre ragione, una certa ipocrisia nel vivere la vita famigliare, la fine di tanti formalismi. Ma l’enfatizzare la patria e l’esercito non va confusa con il giusto valore della patria e l’utilita’ dell’esercito. Ipocrisia familiare non va confusa con l’impegno, il senso del sacrificio, la dedizione, le regole il pudore che ormai sono banditi.
    Il problema è che ha spazzato via anche le cose positive. Uno degli slogan del ’68 era «vietato vietare»: quello è ciò che rimane oggi. Senza regole.
    L’opinionismo italiano di oggi, le critiche, le stronzate buoniste e sensazionalistiche di facebook hanno una radice sessantottina al di la dell’idea politica, che sia ex democristiana ex comunista ex di destra. L’atteggiamento di benevola apertura e comprensione per tutte le posizioni e per tutte le istanze che suscitano solidarieta’ e pieta’ spesso sono buoniste e dogmatiche che non vanno al di là di generici appelli moralistici, capaci solo di produrre compromessi confusi e di basso livello.
    Questo lo ereditiamo purtroppo dal ’68 !!
    Tolleranza, umanitarismo, comprensione, pieta’ che sono concetti universali solenni , gli italiani ne fanno un dogma che svilisce proprio quei concetti universali perche’ lo usano quando non serve, perche’ non va tollerarta la prepotenza, non va compreso il terrorismo, non va riassunto il fannullone davanti ad una tragica disoccupazione giovanile, non va confuso l’aggressore con l’aggredito che si difende. Un vizio italico, un abuso, un Leitmotiv, pronto, da usare ovunque e comunque, quasi un metodo alla pratica discorsiva. Si sposa qualunque idea moralistica, solidaristica e umanitaristica in maniera aprioristica, ciechi davanti a ogni logica razionalità anche a scapito della giustizia sociale o di fronte ad evidenze contrarie. Non interessa che un fatto sia vero o meno, fintanto che sia in sintonia con il dogma che si nota in qualsiasi dibattito, politico e sociale in nome di una gistizia sociale che non sappiamo istaurare e vedere con occhi colti ed appassionati. Eredita’ del 68 sono stati gli esami universitari di gruppo degli anni 70/80 che hanno sfornato una massa di somari, promozioni scolastiche facili ed immeritate, sindacati parassiti, merito mai attuato, regali a pioggia anche ai fannulloni, eccesso di protezionismo e garantismo.
    L’eredità sessantottina ha creato man mano dogmi ipocriti vestiti di insignificante e controproduttivo buonismo .
    Morale della favola:
    E vissero tutti in polemica, litigiosi, cinici, mai confluenti a produrre cose serie e decisive, disposti a sposare tutte le cause moralistiche dal taglio umanitario, democratico, pietosistico, farsi comandare a casa propria, ignoranti nell’accoglienza, senza regole, ma dotti nel tollerare il reato ed il sopruso. Non si sa mai a chi dar ragione, confusi, intelletual-democratici che suscitano ilarità, che non sanno unirsi mai a coorte. Privi del senso di appartenenza, mai orgogliosi, l’orgoglio nazionale è un valore represso, desueto, banale, stupido..
    Popolo dai costumi precettuali, dediti alle osservanze ipocrite, mai schierati romanamente a testuggine che prima ci apparteneva e che ora osserviamo oltre i nostri confini nazionali.

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